Un nuovo modo che affronterebbe meglio il Parkinson secondo le ultime ricerche

Parkinson

La malattia di Parkinson prende il nome da James Parkinson, un farmacista chirurgo di Londra dell’inizio dell’Ottocento che ne ha individuato i sintomi. Si tratta di una malattia neurodegenerativa, a volte molto lenta, ma progressiva. Colpisce una parte del cervello che si occupa dei movimenti.

Ecco perché chi ne soffre non riesce ad avere equilibrio e a muoversi come vorrebbe. Non c’è una cura, tuttavia la medicina sta facendo enormi passi avanti. Una recente ricerca italiana ha individuato un nuovo modo che affronterebbe meglio il Parkinson.

Questo significa che ci sono nuove speranze nel poterlo capire meglio. La nuova ricerca arriva da Roma e ha individuato nuove molecole per l’analisi della malattia. Sarà possibile un maggiore approfondimento e una maggiore conoscenza, ma andiamo con ordine.

Un nuovo modo che affronterebbe e aiuterebbe a capire meglio il Parkinson

Il nuovo studio ha coinvolto il Consiglio Nazionale delle Ricerche e due Università di Roma. Gli studiosi hanno trovato nuove molecole coinvolte nella malattia. Queste sono i neuroni olfattori, presenti nella mucosa del naso. Sono, naturalmente, responsabili di percepire gli odori. Se prelevati, in modo non invasivo, potrebbero dare informazioni molto importanti.

Infatti, questi neuroni fanno parte del sistema nervoso, proprio la parte dell’organismo colpita nelle prime fasi di una malattia neurodegenerativa. Pensiamo anche al morbo di Alzheimer. Analizzando queste parti del sistema olfattivo, gli studiosi hanno trovato la presenza di una proteina in particolare in chi era affetto da Parkinson. Il suo nome è Prokineticina-2.

L’aver scoperto la presenza attiva di questa proteina, probabilmente a difesa dell’organismo, apre nuovi scenari. Si potrebbe individuare la malattia all’inizio, l’analisi accurata di questi neuroni potrebbero far scoprire altre molecole e altri fattori della malattia. Inoltre, possono rivelarsi molto importanti per nuove terapie.

I sintomi della malattia

Per ora non c’è una cura e si può andare ad agire solamente sui sintomi. Questa malattia ne ha tanti e possono manifestarsi in modo diverso da persona a persona. Precisando che le cause non sono ancora note e che possono essere coinvolti la genetica e fattori tossici, i principali sintomi sono questi:

  • rigidità muscolare;
  • tremore, anche a riposo;
  • movimenti lenti;
  • aumento della salivazione;
  • ridotta espressione del volto;
  • perdita di equilibrio;
  • curvatura della schiena;
  • difficoltà a camminare;
  • cambiamenti improvvisi di umore;
  • problemi del sonno;
  • disturbi intestinali;
  • difficoltà di concentrazione.

Questi sono i sintomi più diffusi e, come si può notare, coinvolgono tutti gli aspetti di una persona, da quello mentale a quello fisico. A volte si può individuare precocemente la malattia attraverso alcuni elementi come l’eccessiva sudorazione, disturbi della pressione. Ma i sintomi sono così vari che non è facile individuarli in tempo.

I trattamenti previsti

Dunque, ecco un nuovo modo che affronterebbe meglio il Parkinson secondo gli ultimi studi. Ad oggi ci sono alcuni esami diagnostici da affrontare. Il neurologo è il principale esperto di questa malattia e deve fare un’indagine accurata, prima di ogni cosa, sulla storia familiare della persona. È importante la storia clinica, per poi passare a risonanza magnetica, scintigrafia del miocardio, PET.

In base al caso specifico, il medico potrà decidere quali esami fare e come procedere nel trattamento dei sintomi riferiti dal paziente. Di solito si interviene con farmaci appropriati oppure con interventi chirurgici.

Cosa fare con un malato di Parkinson

Un malato va seguito, aiutato e mai lasciato solo. La pazienza è l’aspetto più importante a cui fare affidamento. Detto questo, con l’aiuto degli specialisti, la persona malata dovrà fare esercizio fisico per mantenere il sistema muscolare e nervoso, dovrà essere sempre accompagnato e ci si dovrà rivolgere a lui con calma e con un tono di voce forte e sicuro.

Secondo le statistiche sono più gli uomini ad esserne colpiti. Di solito, la malattia sopraggiunge in età avanzata, dopo gli 85 anni. Tuttavia, c’è ancora una piccola percentuale di casi dopo i 60 anni (1-2%), è raro che possa sopraggiungere tra i 20 e i 40 anni.

Il contenuto di questo articolo è stato letto, corretto e approvato dal referente scientifico, Dr. Raffaele Biello.
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