Nuovi studi sui topi che farebbero ben sperare sulla cura dell’ictus

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L’ictus, come ben sappiamo, è una lesione cerebrovascolare che provocherebbe un’improvvisa alterazione delle funzioni cerebrali, con conseguenti danni neurologici. Questo fenomeno si svilupperebbe a seguito di un blocco del flusso di sangue verso il cervello, con conseguente morte dei neuroni che, di fatto, vengono privati dell’ossigeno. In genere si distinguono due forme di ictus:

  • quello emorragico, causato dalla rottura di un’arteria;
  • quello ischemico, che si verifica quando un trombo, ossia un coagulo di sangue, ostruisce un’arteria.

In Italia, si registrano circa 185.000 casi di ictus ogni anno, 35.000 dei quali sono recidive. Ciò la rende la prima causa di disabilità nel nostro Paese, la seconda causa di demenza e la terza causa di morte. Solo il 25% dei pazienti sopravvissuti ad un ictus guarisce completamente, mentre la parte restante è costretta a conviverci con tutte le difficoltà del caso.

In genere, comunque, esso si manifesterebbe dopo i 65 anni, partendo proprio da un coagulo di sangue. Quest’ultimo potrebbe essere provocato, a sua volta, da un’aterosclerosi, ossia dall’accumulo e dall’ispessimento di grasso, materiale fibrotico e cellule sulle pareti interne delle arterie. Quando, invece, il coagulo di sangue parte dal cuore, o da altre zone del corpo, e si immette nelle arterie provocando un’occlusione, parliamo di embolo.

Nuovi studi sui topi che potrebbero cambiare le sorti sul trattamento della patologia

Il processo di guarigione e di recupero della funzione neuromotoria, dipendono molto dalle settimane successive all’ictus. In questo arco temporale, infatti, bisognerebbe mettere in atto diverse iniziative riabilitative per minimizzare i deficit funzionali del paziente.

In genere, queste iniziative consisterebbero in una riabilitazione neuromotoria, atta a recuperare ed esercitare tutte le abilità compromesse dall’ictus. Quindi, con l’aiuto di fisiatri e fisioterapisti, si tenta in qualche modo di ripristinare la forza muscolare, la deambulazione, la coordinazione, l’equilibrio e la capacità di parlare e deglutire.

Negli ultimi anni, però, sono stati condotti alcuni nuovi studi sui topi che potrebbero rivoluzione il processo di guarigione. Questi studi, infatti, avrebbero dimostrato che potrebbe essere utile affiancare alle suddette procedure di riabilitazione, anche delle stimolazioni elettriche, o magnetiche, nelle aree cerebrali colpite dall’ictus.

Come si potrebbe curare l’ictus con questa nuova tecnica in fase di sperimentazione

In poche parole, pare che applicando sulla superficie cranica degli stimoli a corrente diretta continua, di breve intensità, si potrebbero ottenere, in minor tempo, dei risultati nettamente migliori. Questi stimoli, che non risulterebbero invasivi, né tantomeno dolorosi, sarebbero in grado di modificare due caratteristiche fondamentali delle cellule nervose, ossia:

  • l’eccitabilità, che è la capacità di generare segnali;
  • plasticità cerebrale, ovvero la capacità del cervello di riorganizzarsi, a livello morfologico e funzionale, a seguito di determinati eventi.

Le sperimentazioni hanno permesso di rilevare che, intervenendo dopo 3 giorni dell’evento ischemico indotto sui topi, si otterrebbero dei netti miglioramenti in termini di “riparazione” del danno ischemico. Il team di ricercatori, infatti, ha osservato dei progressi nel recupero della forza e dell’abilità motoria, in tempi abbastanza rapidi. Inoltre, a seguito delle stimolazioni, si sarebbero manifestate delle modifiche, sia strutturali che molecolari, del tessuto cerebrale danneggiato.

Nonostante la complessità delle funzioni cerebrali dell’essere umano non sia comparabile a quella dei topi, i meccanismi alla base del recupero potrebbero essere equivalenti. In un prossimo futuro, dunque, anche se la strada da percorre è ancora molto lunga, questi nuovi studi sui topi potrebbero risultare utili anche per l’uomo. Nel frattempo, occorrerebbe prevenire l’arrivo dell’ictus inserendo delle abitudini sane nel nostro stile di vita, ed effettuando controlli ed esami periodici.

Il contenuto di questo articolo è stato letto, corretto e approvato dal referente scientifico, Dr. Raffaele Biello.
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