Quanto si paga di tasse su cedola e plusvalenza di BTP e titoli di Stato?

Tra gli strumenti di investimento presenti sul mercato, i titoli di Stato rientrano tra quelli più graditi dai risparmiatori. Alla base troviamo tutta una serie di circostanze che depongono verso questa decisione finale.

Adesso, tuttavia, ci soffermeremo sulla tassazione di questi prodotti di Stato. Vedremo in particolare quanto si paga di tasse su cedola e plusvalenza.

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Uno sguardo ai vantaggi e agli svantaggi tipici dei titoli di Stato

Sul capitale investito sussiste la garanzia dello Stato che garantisce a scadenza la restituzione integrale del capitale sottoscritto. Un discorso che vale ovviamente solo per chi acquista in emissione. In caso contrario tutto dipende dal proprio prezzo di carico (a 85, a 95, a 105 o 115, etc.) e il valore 100 di rimborso finale.

Lo strumento offre poi una cedola semestrale il cui tasso è già noto in partenza. La loro tassazione è agevolata rispetto a molti altri strumenti finanziari e sono anche esenti dall’imposta di successione. Questi due elementi, peraltro, li incontriamo anche riguardo ai buoni fruttiferi postali.

I buoni postali invece non danno mai problemi di rimborso finale del capitale perché non è mai inferiore a quello iniziale versato. In più non hanno costi di acquisto, gestione e rimborso, mentre gli interessi sono in genere fissi e crescenti. Quindi il riscatto anticipato del buono potrebbe deludere il risparmiatore in termini di montante finale. Per i buoni a lunga durata, i guadagni maggiori sono concentrati nella parte finale della loro vita.

Si possono vendere prima della scadenza? E a chi?

Un altro elemento da considerare è che i titoli di Stato sono prodotti liquidi, cioè si possono facilmente rivendere a mercato (MOT) prima della scadenza.

Ora, è proprio questa circostanza che apre la strada a possibili guadagni o perdite in conto capitale. Cioè stiamo parlando di quelli che in gergo vanno sotto il nome di capital gain e minusvalenze. Entrambe le fattispecie dipendono dalla differenza tra il proprio pezzo di acquisto e quello di rivendita (finale o anticipato) dello strumento a mercato.

Mentre nel primo caso il risparmiatore consegue un guadagno extra, extra cedolare, nel secondo subisce una perdita. Questa è pari al capitale inizialmente investito e quello finale effettivamente incassato. Ad esempio pensiamo al risparmiatore che acquista oggi un BTP a 100 e lo rivende 5 anni prima della scadenza. Se il prezzo di rivendita sarà pari a 105, scatterà una plusvalenza (105-100= 5 lordo). Se invece lo cede a 95 porta a casa una minusvalenza (ad esempio 100-95= -5). In questo caso non si pagano le tasse mentre si pagano sempre le commissioni all’intermediario.

Quanto si paga di tasse su cedola e plusvalenza di BTP e titoli di Stato?

Ora, la Legge prevede che il regime di tassazione diverga a seconda del soggetto titolare di quei titoli di Stato. Si scinde infatti il caso in cui il possessore sia un’impresa commerciale contro il caso del titolare persona fisica.

Nel primo caso il flusso cedolare incrementa la base imponibile su cui si calcolano le imposte finali sul reddito.

Nel secondo si procede invece tramite l’imposta sostitutiva e agevolata al 12,50%, peraltro applicata già alla fonte dall’intermediario. Non solo, ma questo trattamento favorevole vale non solo per gli interessi, ossia sulle cedole semestrali. Ma vale anche nel caso del capital gain, ossia del guadagno conseguito tra valore di rimborso e quello di acquisto.

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