Ecco la proposta vincente sulla riforma delle pensioni anticipate a 62 o 63 anni

Sulle pensioni anticipate si è parlato lungamente, anche per decidere il da farsi, in seguito al superamento del meccanismo “Quota 100”. Infatti, il fatidico pacchetto d’interventi, riguardante la flessibilità in uscita dal lavoro, dovrebbe essere formalizzato a settembre. Esso, dovrà confluire nella bozza della nuova Legge di Bilancio 2022. Con Quota 100, fino alla fine dell’anno, i lavoratori potranno accedere al prepensionamento agevolato, in presenza di 2 condizioni. Cioè, se hanno almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi. Normalmente, invece, con la pensione di vecchiaia, essi dovrebbero attendere il compimento di 67 anni di età, nel 2022. A fronte di ciò, trovandosi nella necessità di introdurre dei correttivi, il Governo ha approcciato a talune ipotesi di intervento. Ecco, quindi, la proposta vincente sulla riforma delle pensioni anticipate a 62 o 63 anni di età.

L’ipotesi della selettività a favore delle categorie fragili

Il progetto d’intervento dell’Esecutivo, considerate le risorse limitate, sarà caratterizzato dalla preferenza per i lavoratori fragili o svantaggiati. Quindi, il criterio della riforma, molto probabilmente, sarà quello della selettività. In questa direzione, si potrebbe prorogare l’Opzione Donna. Essa, consente il pensionamento a partire dai 58 anni di età (59 per le lavoratrici autonome) e 35 di versamenti. Il tutto, a condizione di accettare il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno. Discorso simile verrebbe per l’APE sociale e Quota 41. La prima consente l’uscita dal lavoro a partire dai 63 anni di età, con 30 o 36 anni di versamenti. La seconda, invece, richiede l’avvenuto versamento di almeno 1 anno di contributi, prima del compimento del 19° anno di età. In entrambi i casi, le opzioni varrebbero per i lavoratori fragili e svantaggiati.

Ecco la proposta vincente sulla riforma delle pensioni anticipate a 62 o 63 anni

Tra le ipotesi di prepensionamento, circola anche quella da effettuarsi a carico delle aziende o dei lavoratori stessi. Infatti, per tenere indenni le casse pubbliche, sarebbe possibile il ritorno all’Ape volontario. Detto sistema, consentiva l’uscita dal lavoro a partire dai 63 anni di età e con almeno 20 anni di versamenti. Ma come funzionerebbe questa ipotesi di prepensionamento? In questo caso, il lavoratore fa un prestito per ottenere l’anticipo pensionistico. Quest’ultimo viene poi restituito in 20 anni, tramite una trattenuta effettuata dall’INPS sulla pensione. La restituzione del prestito viene garantita da un’assicurazione, mentre il pensionando beneficia di un credito d’imposta. Quest’ultimo sarà pari al 50% degli interessi e dei premi assicurativi pattuiti. L’ipotesi, invece, in cui il prepensionamento è a carico dell’azienda, è il contratto di espansione. Con esso, il lavoratore può uscire dal lavoro, con un anticipo di ben 5 anni rispetto alla ordinaria pensione di vecchiaia. In tal caso, in cambio dei costi sostenuti, l’azienda potrà ottenere benefici fiscali ed attuare il turn over del personale.

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