Dollaro come vittima principale

Nei mercati forex, il dollaro sta risultando essere la vittima principale tra le top currencies. Ieri, il rapporto di cambio euro-dollaro è infatti salito oltre quota 1,1700, ai massimi livelli degli ultimi 22 mesi e il cable è salito oltre quota 1,2800, ai massimi degli ultimi 4 mesi. Non solo. La debolezza del biglietto verde ha comportato un forte apprezzamento di massa delle criptovalute, a partire da bitcoin – che è arrivata vicinissima agli 11.000 dollari – e, soprattutto, dell’oro, che nella giornata del 27 luglio ha toccato il nuovo massimo storico, a 1,945.10 dollari all’oncia, abbattendo il precedente record toccato nel settembre 2011.

Sentiment negativo

Il sentiment nei confronti del dollaro continua quindi a essere negativo, e l’apprezzamento dell’oro, il bene rifugio per eccellenza, è il miglior segnale di quanto gli investitori temano la debolezza della valuta americana. Cosa sta accadendo? Evidentemente, le motivazioni principali sono da ricercare nell’andamento dei dati macroeconomici e nella crisi geopolitica che sta investendo i rapporti tra Cina e Stati Uniti. Appena iniziata la crisi da pandemia, il rapporto euro-dollaro era sostanzialmente stabile, intrappolato nel range 1.0900 e 1.1000. Le forti iniezioni di liquidità da parte della BCE e della Federal Reserve, che avrebbero dovuto (almeno in teoria) provocare grossi spostamenti del cross, non hanno mosso per nulla il rapporto di cambio. Era evidente che i traders non avessero voglia di prendere posizioni definite a favore dell’una o dell’altra valuta, e che stessero aspettando di capire quali tra le due macroaree, tra Stati Uniti ed eurozona, sarebbe uscita meglio e prima dalla crisi.

Gli ultimi dati macro hanno fornito la risposta che i trader aspettavano.

Gli indicatori PMI, delle proxy usate per misurare il sentiment degli operatori economici sull’andamento futuro dell’economia, sono risultati migliori delle attese nell’eurozona, soprattutto in Germania e il mercato del lavoro è risultato essere più resiliente del previsto. Discorso diverso negli USA, dove invece proprio il mercato del lavoro ha mostrato una debolezza del tutto inaspettata. Proprio l’aumento della disoccupazione, a livelli mai visti prima, accompagnato dalla consapevolezza che gli Stati Uniti non dispongono di un sistema di welfare certamente non paragonabile con quello dell’Europa, soprattutto quella centrale, lascia pensare, quindi, che gli Stati Uniti non vivranno una rapida uscita dalla crisi. Una volta osservati i dati, i traders hanno rotto gli indugi e hanno iniziato a vendere dollari, considerando anche che la stance di politica monetaria della BCE potrebbe volgere verso un indirizzo più hawkish, a differenza di quella della Fed che rimarrà estremamente accomodante ancora a lungo.

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