Crescono i timori di una possibile invasione futura di Taiwan

Le esercitazioni di Pechino nelle acque circostanti l’isola di Taiwan sono ormai un evento che ha catalizzato (e sta catalizzando tuttora) l’attenzione internazionale. Inizialmente la fine di queste operazioni era stata fissata per domenica. Poi è stata prolungata a lunedì ma, in queste ore, crescono i timori di una possibile nuova escalation. Infatti le autorità di Pechino sarebbero intenzionate a rendere “stabili” queste esercitazioni. In altre parole la presenza di mezzi militari cinesi nei pressi dell’isola, potrebbe diventare una costante. Anche per questo motivo il ministro degli Esteri di Taipei Joseph Wu ha parlato di queste esercitazioni come un pretesto, se non addirittura di prove generali, per l’invasione di Taiwan. Quest’ultima, però, non si è lasciata spaventare.

Crescono i timori di una possibile invasione futura di Taiwan

Vista la pressione e soprattutto la minaccia di una possibile invasione, minaccia che la sovrasta da diversi decenni, la Repubblica di Cina, come ufficialmente è solita denominarsi Taiwan, ha a sua volta avviato esercitazioni militari a fuoco vivo, ovvero con l’uso di proiettili veri. Gli stessi che userà anche Pechino nelle sue operazioni militari annunciate dall’11 al 13 agosto. Quindi ancora giorni di fuoco, letteralmente, nella regione. Con annesse tutte le possibili paure per un incidente che potrebbe rivelarsi la proverbiale scintilla in una polveriera. Lo scopo della mossa di Taiwan, annunciata oggi, sarebbe, invece, quello di simulare un’eventuale invasione, e verificare la capacità di coordinare le manovre di difesa della Nazione. In effetti Taiwan ha da sempre tenuto esercitazioni militari, proprio perché Pechino, rivendicando la sovranità sull’isola, ha posto i Governo di Taipei in una posizione di stress continuo e di minaccia.

Un quadro complesso in tutta la zona

La situazione attuale è particolarmente complessa con intere Nazioni che evitano di condannare apertamente l’operato di Pechino anche, per non dire soprattutto, per motivi economici. Un esempio arriva dal Portogallo, con Pechino che è il principale azionista di molte aziende statali, tra cui quella elettrica, privatizzata, insieme ad altre, durante la grave crisi dell’euro. Una privatizzazione di cui, a suo tempo, ne approfittò proprio la Cina. Ma un silenzio pesante è anche quello del Vaticano. In questo caso, però, le motivazioni vanno al di là dell’impegno economico. A fine ottobre sarà rinnovato l’accordo che l’attuale Pontefice ha stretto con i vertici comunisti cinesi per il rientro, nella chiesa cattolica, di alcuni vescovi nominati senza l’autorizzazione del Papa. Un accordo che lo stesso Papa ha sperato venga rinnovato.

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