Il sistema previdenziale italiano prevede come pilastro per il pensionamento di vecchiaia il raggiungimento dei 67 anni d’età. Tuttavia, il quadro normativo del 2026 offre alcune specifiche finestre di flessibilità che permettono di anticipare significativamente questo traguardo, consentendo persino l’uscita dal mondo del lavoro a 57 anni. Questa opportunità non è legata a scivoli automatici per tutti, ma è rigidamente subordinata al possesso di requisiti contributivi straordinari, a particolari condizioni di salute o all’utilizzo di strumenti di accompagnamento alla pensione finanziati dai datori di lavoro e dalla previdenza complementare.
Le vie della contribuzione precoce e della tutela della salute
Il canale principale per ritirarsi a 57 anni senza vincoli anagrafici è la pensione anticipata straordinaria, una misura che richiede una carriera lavorativa iniziata in giovanissima età. Per l’anno 2026, i requisiti impongono il raggiungimento di 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini; chi ha iniziato a lavorare in modo continuativo intorno ai 15 anni può quindi centrare questo obiettivo. Una tutela analoga spetta ai cosiddetti lavoratori precoci, i quali, avendo versato almeno un anno di contributi prima del compimento dei 19 anni e appartenendo a categorie protette come disoccupati, caregiver o addetti a mansioni gravose, possono accedere alla pensione con 41 anni fissi di versamenti, indipendentemente dall’età. Sul fronte della salute, la normativa riconosce una forma di vecchiaia anticipata specifica per i lavoratori dipendenti del settore privato con un’invalidità civile pari o superiore all’ottante per cento. In questo caso, le lavoratrici madri o le donne in possesso di venti anni di contributi possono accedere al trattamento pensionistico a 56 anni, potendo così percepire l’assegno già a 57 anni, una volta superati i dodici mesi di finestra mobile previsti per la decorrenza.
Gli strumenti aziendali e la previdenza integrativa
Laddove non si raggiungano i requisiti previsti dall’Inps, l’uscita a 57 anni può essere agevolata da accordi aziendali o dalla previdenza complementare. Tra i meccanismi più efficaci figura l’isopensione, uno strumento che permette alle grandi aziende in ristrutturazione di stipulare accordi sindacali per accompagnare i dipendenti verso la pensione. Il datore di lavoro si fa interamente carico di versare un assegno sostitutivo della pensione e la relativa contribuzione per un massimo di sette anni, consentendo di smettere di lavorare a 57 anni in attesa di maturare i requisiti della pensione di vecchiaia a 64 o 67 anni. Per chi invece ha scelto di investire nei fondi pensione, esiste la Rendita Integrativa Temporanea Anticipata, comunemente chiamata Rita. Questa opzione è riservata a coloro che si trovano in uno stato di disoccupazione prolungata da almeno ventiquattro mesi e che possiedono venti anni di contributi nell’Inps e cinque anni di iscrizione alla previdenza complementare. La Rita consente di richiedere il frazionamento del capitale accumulato nel fondo sotto forma di rendita mensile fino a dieci anni prima dell’età di vecchiaia, offrendo un pilastro economico sicuro a partire dai 57 anni.
