Quando i contributi non valgono per la pensione e perché l’INPS non li considera

Più contributi si versano più alta è la pensione che si incassa. Inoltre, più contributi si versano più facile è andare in pensione. Sono le regole generali queste, che rappresentano effettivamente il meccanismo principe del sistema pensionistico. A volte però ci sono contributi che non servono, o meglio, che non sono utili alla pensione perché l’anno di contribuzione è stato già coperto.

Quando si versano due volte i contributi per lo stesso periodo

Può capitare che un lavoratore dipendente svolga anche un’altra attività magari come libero professionista. In questi casi se una cassa professionale che gestisce il secondo lavoro è differente dall’INPS, bisogna capire il funzionamento dei versamenti contributivi in quella determinata cassa. Infatti la percentuale da versare varia in base alle regole di ciascuna cassa. Inoltre se l’attività professionale è un secondo lavoro, i contributi per la seconda attività sono ridotti di circa la metà. Per chi deve iscriversi come professionista alla Gestione separata INPS, l’aliquota contributiva scende dal 33% al 24%. Una premessa doverosa che fa capire come non sia tanto difficile trovare contribuenti che versano per lo stesso periodo la contribuzione due volte. È il caso magari di chi svolge un’attività di lavoro dipendente e continua a versare i contributi da mezzadro o colono in agricoltura.

Quando i contributi non valgono per la pensione e perché l’INPS non li considera

Per commercianti e artigiani va fatto un opportuno chiarimento perché se l’attività prevalente risulta essere quella da dipendente, l’interessato non è tenuto a nessuna iscrizione alla cassa commercianti. Il doppio versamento per lo stesso periodo può garantire una pensione maggiore in sede di calcolo della pensione ma non garantisce un più favorevole trattamento in materia di uscita dal posto di lavoro. In pratica anche versando 365 giorni di contributi come dipendente e 365 giorni di contributi come lavoratore autonomo, per uno stesso anno, questi contributi non valgono due anni, ma solo uno. A volte può aumentare l’importo ma non il diritto alla prestazione. Non sempre però è così. Molto dipende dallo strumento utilizzato per unire i contributi quando si va in pensione.

Totalizzazione, cumulo e ricongiunzione

L’unico caso che offre al lavoratore la possibilità di sommare i contributi coincidenti è la totalizzazione. Quando i contributi non valgono alla prestazione diventano praticamente inutili anche se obbligatori. Non è il caso della totalizzazione che lascia la pensione pro quota. In pratica, ogni gestione da una quota al trattamento unico che il pensionato riceve. In buona sostanza i contributi coincidenti si sommano. A maggior ragione se si pensa che nella totalizzazione ogni gestione deve avere un minimo di anni di contribuzione per poter liquidare la propria quota di pensione.

Per gli altri strumenti o contributi coincidenti rischiano di non essere validi poiché le regole previste dall’articolo 8 della Legge numero 29 del 1979 stabiliscono che l’interessato deve usare in via prioritaria i contributi effettivi del lavoro rispetto ai figurativi. E poi che nel caso in cui i periodi coincidenti siano tutti da lavoro, si tengono in considerazione solo quelli prioritari e che valgono di più.

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