3 mosse fondamentali per recuperare lo stipendio non pagato e cosa fare prima del licenziamento o delle dimissioni per tutelarsi

La legge tutela il lavoratore in caso di ritardi nel pagamento della busta paga. Ci sono dei tempi da rispettare e delle mosse che il dipendente può fare per proteggersi dai mancati pagamenti e ottenere quanto gli spetta.

È buona norma agire in via preventiva per evitare il contenzioso legale. Rivolgersi ad un avvocato per il recupero del credito è dispendioso e dunque, se si trattasse di cifre non consistenti, potrebbe non convenire. Vediamo quindi come il lavoratore può agire cercando di ottenere in via bonaria quanto indicato in busta paga e senza inasprire i rapporti con l’azienda.

3 mosse fondamentali per recuperare lo stipendio non pagato e cosa fare prima del licenziamento o delle dimissioni per tutelarsi

Avere un regolare contratto non mette al riparo da comportamenti scorretti da parte del datore di lavoro. Esistono purtroppo realtà nelle quali le aziende non tengono comportamenti virtuosi. Capita di scoprire queste mancanze quando è già tardi per tutelarsi. Allora è meglio essere sempre vigili e muoversi tempestivamente.

Sono i contratti collettivi nazionali a stabilire entro quanto tempo il datore di lavoro deve fare il bonifico in favore del dipendente. In linea generale le tempistiche vedono il giorno 10 del mese successivo come termine ultimo per il pagamento. Se ad esempio la busta paga si riferisce al mese di maggio, il lavoratore dovrà entrare nella disponibilità del denaro entro il 10 giugno. È bene controllare il proprio contratto collettivo per conoscere le esatte tempistiche.

Naturalmente, per poter agire contro il datore di lavoro, i ritardi e le inadempienze devono essere ripetute nel tempo. Non basta un solo ritardo per adire le vie legali.

Una buona regola da applicare anche prima che si verifichino problemi con i pagamenti è quella di ottenere la consegna delle buste paga. Questo documento ha valore probatorio e dunque è importante che il lavoratore ne abbia la disponibilità. Attraverso la busta paga, infatti, si dimostra l’effettiva esistenza del credito. L’azienda è obbligata a consegnare questo documento.

Raccomandata e pec di messa in mora

Trascorso il termine previsto dal contratto collettivo senza che il pagamento sia arrivato, si potrebbe tentare di sollecitare verbalmente ottenendo rassicurazioni più o meno veritiere. In alternativa, si può inoltrare un sollecito scritto. La comunicazione deve essere inviata con raccomandata a/r o mail pec e deve contenere tutte le informazioni riguardanti il mancato pagamento e il codice Iban da utilizzare per il bonifico. È importante inviare questo sollecito perché ha valore di formale messa in mora del datore di lavoro. Se l’azienda rimane inadempiente sarà bene rivolgersi all’Ispettorato del Lavoro.

L’Ispettorato convocherà l’azienda e il lavoratore per tentare una conciliazione. Qualora si giunga ad un accordo, il verbale varrà come titolo esecutivo e dunque sarà al pari di una sentenza. Se il datore di lavoro non dovesse adempiere si potrà procedere con il pignoramento per il recupero del credito. L’ultima strada è quella di chiedere un decreto ingiuntivo al Tribunale con l’ausilio di un avvocato. Se il datore di lavoro dovesse minacciare di licenziamento il dipendente per aver richiesto il pagamento della busta paga si potrà procedere alla denuncia. Il ricatto è infatti riconosciuto come reato penale. Ecco quali sono le 3 mosse fondamentali per recuperare quanto ci spetta.

Cosa succede se l’azienda fallisce

Se l’azienda fosse in seria difficoltà e dovesse dichiarare fallimento, il dipendente, dopo essersi insinuato nel fallimento, potrà rivolgersi al Fondo di Garanzia INPS. Sarà l’INPS a pagare. In questo caso verranno riconosciute al dipendente solo le ultime 3 mensilità, il TFR e i ratei di tredicesima e mensilità aggiuntive. Qualora si venga a conoscenza dello stato di difficoltà aziendale, sarà utile tutelarsi evitando di vantare crediti che vanno al di là di questi importi.

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