Smart working, l’Italia scivola in fondo alla classifica europea: il lavoro da casa resta un’eccezione

Lo smart working in Italia sta vivendo una fase di ripiegamento strutturale, più che una semplice pausa dopo l’emergenza Covid. I dati Eurostat per il 2025, con quel 2,7% di occupati che lavorano abitualmente da casa, non sono solo una curiosità statistica: sono un segnale su come imprese, lavoratori e istituzioni stanno ridefinendo l’organizzazione del lavoro.

Per chi si occupa di economia e finanza, questi numeri parlano di produttività, investimenti in digitalizzazione, capacità manageriale e attrattività del mercato del lavoro italiano. Per i lavoratori, invece, il calo del lavoro da remoto si traduce in meno flessibilità, più costi di trasporto e un diverso equilibrio tra vita privata e professionale. In questo quadro, capire in quali settori il lavoro agile resiste, perché l’Italia è terzultima in Europa e quali modelli stanno emergendo diventa essenziale per leggere le prossime mosse di aziende e policy maker.

Italia terzultima in Europa: cosa indica il dato del 2,7%

Il 2,7% di occupati che lavorano abitualmente da remoto colloca l’Italia tra gli ultimi Paesi europei per diffusione dello smart working. Peggio fanno solo Grecia e Bulgaria, mentre la distanza dai Paesi del Nord è ormai strutturale, non episodica. In Finlandia oltre un quinto dei lavoratori opera prevalentemente da casa, e Germania, Francia e Spagna viaggiano su valori multipli rispetto a quelli italiani.

Questa fotografia dice qualcosa di preciso sul nostro tessuto produttivo. Il lavoro agile è rimasto appannaggio di una minoranza, concentrata nei comparti più digitalizzati e nelle grandi organizzazioni. Il resto del sistema ha riportato la presenza in ufficio al centro della giornata lavorativa. Per un osservatore economico, il messaggio è chiaro: la trasformazione digitale del lavoro in Italia procede a velocità ridotta rispetto alla media europea.

Perché il lavoro da remoto arretra dopo il Covid

L’onda lunga del Covid aveva imposto alle imprese un ricorso massiccio allo smart working, spesso senza un vero ripensamento dei processi. Terminata l’emergenza, molte aziende hanno colto l’occasione per ristabilire un controllo più diretto sull’organizzazione, richiamando il personale in sede e riducendo gli accordi di lavoro totalmente da remoto.

C’è poi un elemento statistico non secondario: Eurostat conteggia solo chi lavora prevalentemente da casa. Chi adotta soluzioni ibride – alcuni giorni in ufficio e altri da remoto – spesso non rientra nei dati. Il calo rilevato, quindi, non significa scomparsa dello smart working, ma riduzione delle posizioni full remote. Nel caso italiano, però, il rientro in presenza è stato più rapido che altrove, complice una cultura manageriale ancora diffidente verso la misurazione per obiettivi e l’autonomia operativa.

I settori dove lo smart working resiste e perché

Lo smart working non è evaporato: si è concentrato dove crea più valore. Le analisi dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano mostrano che la modalità agile resta radicata nelle grandi imprese, nelle multinazionali e nelle realtà con forte investimento in infrastrutture digitali. Qui il lavoro da remoto non è un benefit, ma un pezzo dell’architettura organizzativa.

Le figure che continuano a usarlo con costanza sono manager, consulenti, professionisti IT e digital, servizi avanzati e comparto finanziario. In questi ambiti la produttività è misurabile per obiettivi e risultati, non per ore di presenza. Al contrario, nelle piccole e medie imprese manifatturiere, commerciali o artigianali, il ritorno alla presenza è stato quasi totale. Non solo per vincoli tecnici, ma anche per modelli gestionali costruiti attorno al controllo visivo delle persone in ufficio o in laboratorio.

Implicazioni economiche del divario europeo sul lavoro agile

Il divario europeo nello smart working non è un dettaglio statistico: incide sull’attrattività dei mercati del lavoro e sulla capacità di trattenere competenze qualificate. Paesi come Finlandia, Irlanda o Germania offrono a molti profili specialistici una combinazione di retribuzioni, flessibilità e infrastrutture digitali che spinge i lavoratori più mobili a guardare oltreconfine.

Per l’Italia, restare nella parte bassa della classifica significa correre il rischio di vedere lo smart working come eccezione e non come leva competitiva. Le imprese che mantengono modelli ibridi strutturati, al contrario, possono usarli per ridurre costi immobiliari, allargare il bacino di reclutamento e migliorare il work-life balance senza sacrificare la produttività. Le prossime rilevazioni diranno se il Paese resterà ancorato al ritorno in ufficio, oppure se una parte del sistema inizierà a considerare il lavoro agile come investimento e non come concessione temporanea.

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