Pensione a 62 o 63 anni nel 2023 sarà possibile ma solo con tagli

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Una riforma delle pensioni tutta da apparecchiare è quella che si troverà davanti il nuovo governo che uscirà dalle prossime elezioni con misure di pensionamento flessibile tutt’altro che facili da mettere in atto. In effetti in base a quello che si è sentito durante questa campagna elettorale, non mancano le ipotesi di nuove misure pensionistiche da offrire ai lavoratori l’anno venturo. Ipotesi però, perché di certezze al momento non c’è niente. Nulla all’orizzonte se non il ritorno in pieno al regime Fornero.

Pensione a 62 o 63 anni nel 2023 sarà possibile ma solo con tagli

Alcuni partiti politici hanno già prodotto alcune proposte di nuove misure previdenziali per il 2023. Poi restano in campo le proposte dei sindacati e infine quelle di vecchia data, come il famoso DDL 857 dell’ex ministro Cesare Damiano. Il punto nevralgico della situazione oggi è che il 31 dicembre 2022 scadranno tre misure di pensionamento anticipato in vigore nel 2022. Allo stato attuale delle cose i lavoratori dovrebbero dire addio all’APE sociale, all’opzione donna e pure alla Quota 102.

Quando si dice che si tornerà alla Legge Fornero si fa riferimento proprio alla scomparsa di queste tre misure di pensionamento anticipato che non lasceranno altra via ai lavoratori che non sia quella che porta ai 67 anni di età della pensione di vecchiaia. Tutto come previsto dalla normativa del 2012 con tutti gli scatti dell’aspettativa di vita che si sono applicati negli anni successivi. Di conseguenza, l’attesa, prima per il nuovo governo e poi per quello che produrrà sulle pensioni, è sempre tanta.

A 62 anni in pensione, ma Stato e sindacati non viaggiano all’unisono

Qualche giorno fa è stata la CISL, una delle tre sigle sindacali che hanno partecipato a tutti gli incontri in materia previdenziale degli ultimi anni, a riproporre la pensione flessibile a partire dai 62 anni di età. Secondo le parti sociali ai lavoratori dovrebbe essere concessa l’opportunità di andare in pensione a partire dai 62 anni di età con 20 anni di contributi versati.

È naturale che una misura impostata in questo modo significherebbe di fatto produrre una nuova pensione di vecchiaia. Che anziché avere 67 anni come età pensionabile ne avrebbe 62. Per come funziona il meccanismo di calcolo delle pensioni infatti, difficilmente un lavoratore sarebbe interessato a lavorare fino a 67 anni di età e rinunciare all’uscita a 62. Una uscita anticipata barattata con cinque anni di contributi in più che varrebbero davvero poco a livello di assegno previdenziale. Oltretutto la misura sarebbe un vero salasso per le casse statali dal momento che sarebbe una misura assolutamente appetibile per tutti i lavoratori. Un salasso che l’INPS non può permettersi.

Due vie per rendere futuribile la misura

Inserire delle penalizzazioni di assegno ai pensionati che scelgono l’uscita 62 anni di età sarebbe la soluzione conveniente per le casse statali. Sarebbe come correre ai ripari rispetto a quello che è stato fatto con la quota 100, misura neutra da tagli o penalizzazioni. Imporre ai lavoratori il calcolo contributivo della prestazione. Un’ipotesi questa che sembra quella giusta per ridurre il costo della misura. Anche se oggettivamente, con 20 anni di contributi sarebbero pochi gli anni retributivi su cui il pensionato ci rimetterebbe. Pensione a 62 o 63 anni nel 2023 quindi, con penalizzazione, magari con taglio del 2,5% per anno di anticipo come prevedeva una volta il DDL 857.

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