Le divisioni di Trump e il post-Davos: il commento settimanale del vecchio Grim

'Prossimi 6 mesi cruciali per Trump', l'analisi dei Mercati del vecchio Grim

Trump, politico divisivo, parla ai suoi elettori con le sue bizzarre esternazioni. In termini economici, esse mi sembrano una sorta di zero-sum game (“taco”); in tema di dazi, complice la reazione negativa di Wall Street, sembrerebbe che per il 96% si traducano in una tassa per importatori e consumatori USA. Sul tema pende il verdetto della Corte Suprema, per quanto eventualmente aggirabile dal POTUS. I maggiori dazi, legati alla questione Groenlandia, hanno provocato una quasi unanime reazione politica europea, con tensioni nei mercati finanziari che hanno ricordato, in versione ridotta, quanto accadde lo scorso aprile con il deprezzamento dei bond lunghi USA: USD e S&P 500 in ribasso, fino a una possibile capital retaliation dei Paesi europei del Nord. Quest’ultima mi è apparsa poco credibile, rapidamente rientrata dopo il “taco” del Tycoon.
Trump la spara grossa, parla a una parte rilevante del suo elettorato: “Compro la Groenlandia; se non me la vendono, aumento i dazi del 10% per costringerli”, un linguaggio rivolto all’elettorato dei forconi di Capitol Hill (Main Street).

• Successivamente toglie i dazi per non perdere i suoi elettori ricchi, indotto dalle perdite temporanee registrate in Borsa (Wall Street).
• Alla fine, la montagna partorisce il topolino: qualche base USA in più in Groenlandia, concordata con Rutte, che per Trump diventa “I can do what I want in Greenland forever”. Se la canta e se la suona, tant’è.

A latere della sua demagogia di massa, ci sarebbe la necessità di un controllo della rotta artica — golden dome — tema condiviso anche dagli esperti militari, così come lo sfruttamento delle terre rare sotto i ghiacciai. Quest’ultimo è l’aspetto da businessman, formalmente per il progetto MAGA.
Che la ricerca e lo sfruttamento delle terre rare in Groenlandia sia un business profittevole, ho più di un dubbio, dato l’impervio territorio.
Anche l’intervento in Iran, paventato dal POTUS, vorrebbe danneggiare la Cina, che si approvvigiona del petrolio iraniano quasi gratis; ciò ha portato il Paese quasi alla bancarotta, quindi alla rivolta. Anche in questo caso, qualche suo militare di comando gli avrà correttamente suggerito: “Let’s avoid another Vietnam”, e la cosa sembra abortita — taco again.
Forse, a breve, una sorte simile a quella del Venezuela toccherà anche a Cuba.
I cinesi, invece, da millenni con la loro “Arte della guerra”, sono abituati a vincere senza combattere; neanche loro però se la passano bene in termini di relazioni nella loro primaria zona di influenza, l’Indo-Pacifico.
Il board of peace di Gaza, con i suoi amici, Putin incluso, mi sembra per il POTUS un macabro post mortem da businessman, con valenza per ora solo mediatica, di difficile e lunga attuazione.
Sulla stessa lunghezza d’onda, la guerra Russia/Ucraina: ho l’impressione che il POTUS parli con i suoi interlocutori per ¾ del tempo di affari di ricostruzione e per ¼ di come risolvere il conflitto, delegando questa estenuante trattativa ai collaboratori. Ad oggi, o si chiude come vuole Putin (quasi), con l’avallo già dato da Trump, o nulla.
Il Tycoon sa benissimo che all’americano medio di Venezuela, Iran, Groenlandia, Ucraina, e forse un po’ di più Cuba, interessa ben poco; interessa molto di più — banalizzando — che una cena con amici al ristorante costi quasi il doppio rispetto a tre anni fa (affordability).
Il ribasso dei tassi, invocato al “too late Joe” da Trump, serve proprio a non appesantire il deficit a fronte di money transfer ai bisognosi USA, in vista delle elezioni di midterm.
Gli episodi di Minneapolis/Minnesota rischiano di costargli l’elezione di midterm; si ricordi il “Quoque tu, Brute, fili mi” richiamato la scorsa settimana.
Non a caso, prima del discorso fiume di Davos, ha mostrato al pubblico un elenco con foto di immigrati delinquenti o presunti tali arrestati — un modo per rimediare.
A Davos, presumo, è andato solo perché invitato da Fink/BlackRock, a cui, con i suoi 14 bln USD di AUM, pochi al mondo possono dire di no.
Legato all’invito, forse indirettamente, potrebbe esserci anche una Fed che torni a essere percepita come indipendente da Trump.
Cosa significa? Rick Rieder di BlackRock, un vero fuoriclasse del mercato fixed income, le cui interviste ho spesso allegato, potrebbe prevalere su Warsh ed essere nominato nuovo governatore Fed da maggio.
Le probabilità sono lievemente contro di lui, ma sarebbe un modo per avere una Fed a trazione Fink/BlackRock, gradita al mercato e al duo Trump/Bessent, data la sua propensione per un ribasso dei tassi Fed intorno al 3%, considerato neutrale. Rieder ritiene infatti che il ribasso sia dovuto a un tasso di disoccupazione che, con l’avvento dell’AI, si deteriorerebbe ulteriormente.

Davos: impossible is an opinion

Rinvio ai due allegati:

L’uomo dei soldi – Fink – con i due geni, Jensen e Musk.

Premetto che preferisco Jensen a Musk; però, se Musk nel suo “impossible is an opinion” riuscisse davvero a riportare le cellule del mio corpo indietro di 10-20 anni — non ci crederei neanche se lo vedessi — come ipotizza nell’intervista, gli farei una statua. Ironico quindi il riferimento al “(vecchio) Grim”.
L’autocelebrazione di Fink, Jensen e Musk è un messaggio indiretto a tutti noi europei, più sostanziale di quella narcisista (e fastidiosa) di Trump.
L’Europa può rispondere, certo! Rispetto a quei tre signori in autocelebrazione, cosa deve fare l’Europa?

Ogni governo deve realizzare l’agenda Draghi, non solo leggerla, per arrivare celermente agli Stati Uniti d’Europa. La frase simbolo di Davos — “If you’re not at the table, you’re on the menu” — oggi vale: l’Europa è nel menu!

Destinare risparmio pubblico a fondi di private equity o venture capital che investano in start-up e micro-cap guidate dai giovani della “conoscenza”, come richiamato dal lucido Panetta.
I soldi ci sono: ne daremo meno a Fink, che ne ha già a iosa.

Qualcosa si muove nella giusta direzione: sui quotidiani italiani del weekend si legge del lancio del fondo strategico nazionale voluto da Giorgetti, con la partecipazione di primarie società di gestione — ottimo lavoro, signor Ministro.

Tuttavia, noto che è ancora la raccolta dei fondi obbligazionari in Italia a dominare: non va bene. Capisco che, in un mondo dominato dall’incertezza, il bisogno di riduzione del rischio sia preponderante, ma serve un cambiamento di mentalità a livello europeo. Parafrasando il genio dello spazio Musk: “Meglio un ottimista che sbaglia che un pessimista che ha ragione”. Eh già, la mentalità deve cambiare sia per destinare un pezzo di risparmio sul filone Giorgetti, sia per i giovani della “conoscenza” — in primis gli ingegneri — che, se all’inizio cercano il posto fisso, col tempo devono acquisire la mentalità americana del “make at least once in your life an invoice”. Musk e Jensen ne sono l’espressione più sublime.
Potrei aggiungere altre cose: tra cui, è vergognoso che al giovane ingegnere italiano si offra un primo stipendio di 1.500 euro netti al mese. È evidente che, così facendo, il prossimo Jensen sarà un italiano d’America. E poi ci lamentiamo che la crescita demografica è negativa. Chi li fa i figli? Le settantenni in menopausa da anni — per riderci su? Continuando così, il giovane eroe che resta in Europa, se non emigra in USA o Cina, andrà in pensione a 80 anni. In altri termini, l’Europa, sulla carta, può farcela. Ma se non segue la direzione indicata da Draghi, avrà vinto l’autocelebrazione del sistema Fink/Musk/Jensen (giusta nel merito), ma soprattutto Trump, che è riuscito nel miracolo di mettere dalla stessa parte Macron e l’italiano (di origine) Bardella, lepenista di ferro.

Economics USA

Con una crescita del GDP oltre il 4% e inflazione in linea con le attese, retail sales in aumento, la “roaring recession” invocata da Yardeni must go on. D’altra parte, almeno un’ora di Trump a Davos era supportata da questi dati positivi.
Yardeni prevede addirittura — ciliegina sulla torta — 100.000 nuovi posti di lavoro creati, rispetto alle 50.000 unità di break-even (NFP del primo venerdì di febbraio). In tal caso, dimentichiamo qualsiasi ribasso dei tassi almeno fino a giugno. Il Tycoon può festeggiare a metà, con i tassi a lunga (quelli che contano davvero), e inflazione sotto il 3%, destinati a rimanere agli attuali livelli.
Alla domanda di Davos su come intenda ripagare un debito già considerato da molti fuori controllo, il Tycoon ha risposto: “Con una crescita del GDP sempre maggiore di quella corrente.” Potrebbe non avere torto, se la produttività dell’AI inizierà davvero a salire, con un aumento dell’occupazione intorno alle 50.000 unità.

Parte micro (che è anche macro)

Continuerà probabilmente la sovraperformance dei 493 Magnificent 7 su base annua? Probabilmente su. Io pro tempore vado “lungo” sui Q4 dei Mag 5 su 7 della prossima settimana, sia per positioning avverso, sia perché le ipotizzate negatività di mercato — pur in parte giustificate — mi sembrano già nei prezzi: Apple e Microsoft in primis.
Settimana chiusa con -17% per Intel post Q4, dopo una performance annuale straordinaria. È probabile che ora lasci spazio al grandfather AI, Nvidia, che per tasso di crescita EPS annuale è nettamente superiore, con PEG sotto 1 — no-brain buy.

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