La cosa che più mi divertiva 40 anni fa da studente era la costruzione del decision tree (albero delle decisioni): partendo da un testo qualitativo, bisognava calcolare le probabilità semplici / composte / condizionate di possibili eventi. Modello tuttora utilizzato dal machine learning per decisioni atte alla scoperta di pozzi petroliferi. Banalmente si potrebbe dire che un ipotetico decision tree di mercato con soli 2 rami potrebbe suddividersi in 2 tempi.
Ante guerra
Semplificando al massimo, albero a 2 rami dove, partendo da 6900 dell’S&P 500, la probabilità di mercato ipotetica era di un 7200 a breve maggiore rispetto a quella di una correzione a 6500/6600.
Post guerra
Decision tree completamente ribaltato: outcome di 6000 S&P con probabilità al 60% e, per il complemento – altro ramo – per il 40% a 7200 di S&P, da cui la perdita del 6% circa del mercato americano equity, da 6900. Mentre scrivo siamo intorno a 6550, ovvero -6% dai massimi.
Sopravvivere alla volatilità: timing e fondamentali
Appare evidente che quest’ultima ipotesi, tra le tante, si sposta da un lato all’altro a seconda di quanto il mercato pensi duri la guerra.
Parimenti, tra i singoli operatori di mercato / strategist si levano voci opposte tra pessimisti e ottimisti rispetto a detta ipotesi di mercato (l’allegata intervista ne è la riprova). Tant’è, per chi cerca un timing di mercato di breve la cosa mi sembra impossibile, ma si sa che “impossibile è un’opinione”; basta una headline di un tipo o dell’altro per fare cambiare dette probabilità, su/giù e viceversa.
Per quelli che invece investono a lungo termine / fondamentali per evitare “cazzate” di breve, se già sono pieni di titoli azionari, consiglierei – per ironizzarci su – un coma farmacologico con risveglio programmato tra qualche mese.
Per quelli che invece abbondano di liquidità l’occasione è ghiotta per aumentare, gradualmente, risky asset, della serie “ogni shock si compra”.
In questi ultimi 2 casi quel decision tree lo lasciamo a qualche esperto militare / geopolitico / trader.
L’ottimismo sulla crescita e il fantasma della stagflazione
Mi è piaciuto Zervos nella riportata intervista, per il suo ottimismo sulla crescita GDP USA, Fed driven, di non poco conto e che sembrerebbe allontanare l’ipotesi stagflazione, memori del grave errore 2022, con lo scoppio della guerra russo-ucraina, laddove la recessione USA sembrava quasi certa per la gran parte di macroeconomisti: si verificò l’opposto.
Le condizioni di base sarebbero migliori oggi rispetto al 2022: tassi non a zero ma piuttosto restrittivi, inflazione verso il 2% diversamente dal 21/22 nettamente sopra, con prezzi shelter che oggi “lavorano” in antitesi rispetto allo spike del prezzo del petrolio; per finire, politica fiscale ancora più buoyant, non che con Biden, con le enormi spese militari pro-Ucraina, non lo fosse.
Parimenti mi è piaciuto Zervos quando scherzosamente, in termini di geopolitics, asserisce di essere piuttosto esperto di geotourism.
Conclusioni operative e la lezione degli asset “odiati”
Concludo: ognuno faccia il suo decision tree e si regoli di conseguenza per le scelte operative di breve; consiglierei, ripetendomi, la via del coma farmacologico per quelli già pieni di azioni, e del sempre verde piano di accumulo per quelli che dispongono di liquidità da investire: lo shock è un modo per comprare meglio. Banale? Così è se vi pare.
Purtroppo anche il bilanciato 60/40 azioni/bond si sta rivelando poco utile perché, mentre scrivo, scendono sia le azioni che i govies / bond corporate. Quindi? Tanto peggio tanto meglio? Il duo Bibi / Taycoon è avvertito dai mercati, intelligenti pauca.
Unica cosa che rilevo: a inizio anno quali erano le 3 asset class da evitare:
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Petrolio / azioni petrolifere;
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USD;
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Crypto.
Oro quella più gettonata. Da quando è scoppiata la guerra è accaduto l’opposto: i 3 “odiati” si sono apprezzati. Morale? Per l’asset allocation del futuro un 15-20% di asset “odiati” vale la pena di detenerli. Ragionateci su.
