Verso il Recovery Fund: i progetti italiani. Elementi critici e piano alternativo

Come detto ieri in questo articolo, sta arrivando un appuntamento cruciale, quello con il Recovery Fund, un treno che non ripasserà, come giustamente fatto osservare da taluni.

Ed in particolare, abbiamo esaminato le motivazioni che potrebbero frapporsi all’ottenimento dei fondi.

Ma l’Italia, da parte sua, cosa sta facendo, quali progetti sta pensando di proporre?

Verso il Recovery Fund: i progetti italiani. Elementi critici e piano alternativo

Purtroppo dobbiamo constatare che nei progetti pensati da parte italiana, si riscontrano diversi elementi di criticità. Sia per come è stata ideata in generale la programmazione, sia in relazione ad alcuni specifici contenuti, relativi a singoli progetti.

Ma procediamo con ordine, e vediamo di riassumere, intanto, questi punti, grazie all’ausilio della seguente scaletta:

  • Troppi progetti e per un importo globale eccessivo
  • Misure di rilancio o assistenziali?
  • Un possibile piano b.

Troppi progetti e fuori budget

Si va verso il  Recovery Fund e va osservato intanto che le risorse hanno precisi limiti.

All’Italia andrebbero circa 200 miliardi, ma intanto già si sono formulati progetti di tutti i tipi per un controvalore di circa 600 miliardi.

Lavoro evidentemente inutile, che comporterà, necessariamente, un ulteriore lavoro di selezione ed esclusione di diversi tra questi, al fine di limitare la presentazione per un importo che rientri nei limiti concessi al nostro paese.

Peraltro troppi progetti, in direzioni molto variegate, non consentono di concentrare il focus, invece, su un minor numero di obiettivi, cui destinare le risorse. Si reitera, quindi, la politica dei mille rivoli, che rischiano di disperdere i fondi disponibili.

Misure di rilancio o assistenziali?

Nel merito di singole misure, va chiaramente detto che faremmo meglio a puntare sugli investimenti, tralasciando completamente quelle misure che, come sappiamo, non sono  certo viste di buon occhio, come i sondaggi o il cosiddetto digital navigator.

Verso il Recovery Fund: sondaggi e digital navigator

Tra i progetti proposti, quello di un sondaggio tra i cittadini sull’opinione verso la pubblica amministrazione.

Personalmente, la domanda mi sorge spontanea. Vogliamo prenderci in giro?

Le pubbliche amministrazioni già hanno modo, se lo desiderano, di far compilare moduli di valutazione, in forma anonima, mentre un sondaggio su scala nazionale, appositamente ideato per ottenere fondi, a cosa servirebbe?

Certo non si tratta di una misura riconducibile al concetto di investimento, ma semmai a quella di provvedimento di natura prevalentemente assistenziale.

D’altra parte, come anche nel caso del navigator.

Quella figura, nata in associazione al reddito di cittadinanza, che avrebbe dovuto consentire ai percettori di trovare lavoro.

Come noto, provvedimento decisamente fallimentare, visto il limitato numero di beneficiari che effettivamente un lavoro lo hanno trovato, ma ora ecco l’idea di un’altra figura molto simile alla prima, il digital navigator.

L’idea sarebbe quella di istituire una figura che insegni e sia di supporto a chi desideri affrontare temi, come informatica e cultura digitale.

Probabile platea di beneficiari credo, nell’intenzione di chi l’ha ideata, siano soprattutto gli anziani.

È invece evidente che le autorità UE richiedano qualcosa di ben diverso.

Non misure più o meno assistenziali, che poi, peraltro, rischiano di non conseguire neppure gli obiettivi per cui sono previste.

Ma investimenti, in grado di produrre effetti economici moltiplicatori ed una ripresa duratura del paese.

Un possibile piano b

Certo, tra le misure previste anche alcune importanti infrastrutture.

Ma un piano alternativo alla miriade di provvedimenti ideati, potrebbe comunque basarsi sui seguenti principi cardine.

Puntare, oltre che sulle infrastrutture, su un obiettivo di messa in sicurezza del territorio, troppo frequentemente interessato da fenomeni di dissesto idrogeologico.

Per il resto, puntare su una estensione dei bonus relativi a ristrutturazioni edilizie, abolendo in misura rilevante tanti lacci e lacciuoli, che ne limitano la portata.

Ad esempio, consentire lavori di efficientamento energetico anche in edifici collabenti, e senza la condizione del miglioramento di classe energetica.

Interventi, quindi, che dovrebbero beneficiare delle misure finanziarie a prescindere dal fatto che poi si riesca ad ottenere effettivamente un miglioramento energetico.

Quanto alle facciate, consentire lavori a prescindere dalla zona in cui si trova l’immobile (sinora sono consentiti interventi solo in zona A o B), ed anche sulle facciate interne, anche se neppure minimamente visibili da strada.

Ed ovviamente, senza i limiti temporali di fine lavori previsti dall’attuale normativa.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili QUI»)

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