Vaccinazioni e Covid: come è messa l’Italia?

L’anno scorso la pandemia ha costituito uno dei temi più rilevanti, se non il più rilevante, ed al momento non pare che le cose stiano andando molto diversamente in questo 2021, iniziato da poco più di un mese. Ma come è messa l’Italia a proposito di vaccinazioni e Covid?

In questo articolo vogliamo cercare di capire perché le vaccinazioni non costituiscono una soluzione certa e definitiva al problema. Ma cercheremo di capire anche perché si sono verificati problemi nella consegna delle dosi, unitamente al trend ed alle caratteristiche, che sta assumendo la pandemia tuttora in corso.

Come vedremo, esiste un consistente filo rosso, che lega tra loro i diversi temi trattati, e che riconduce alla problematica del numero decisamente basso di certi esami, che si stanno conducendo in Italia ed alle caratteristiche del virus, che si sta cercando di combattere.

Per dare maggior ordine alle nostre analisi, seguiremo la seguente scaletta:

  • La situazione italiana: da zona gialla a macchia di leopardo
  • Dark number
  • Varianti che sfuggono
  • Vaccini: riformulazione della programmazione.

Come è messa l’Italia a proposito di vaccinazioni e Covid?

A questa domanda, potremmo dare questa risposta:

L’attuale situazione italiana: da zona gialla a macchia di leopardo.

La situazione italiana attuale è caratterizzata da un territorio nazionale quasi interamente ridefinito a zona gialla. In esso però stanno sviluppandosi microaree, caratterizzate anche da significativi focolai, che sono stati classificati in rosso.

Questo nel momento in cui scriviamo, e ovviamente prima che la competenti autorità modifichino ulteriormente la situazione, che ovviamente è in divenire.

Per certi versi, parrebbe una situazione che riporta alla prima fase della pandemia dell’anno scorso. All’epoca si sono disposte limitazioni ai movimenti in determinati centri, prima di una progressiva estensione al resto del territorio nazionale.

Con l’ovvia differenza che nel 2020 si partiva da una totale libertà sull’intero territorio nazionale, mentre nel 2021 si sta partendo da una area gialla. Area che comunque certe limitazioni le comporta e che non equivale a totale assenza di rischi.

Cosa sta quindi succedendo? E questi centri che, ritornati in rosso, parrebbero disegnare a tratti una macchia di leopardo, sono da considerare un alert, relativamente a rischi per l’intero territorio nazionale?

Una risposta a questi interrogativi, almeno in parte già l’avevamo espressa in precedenti occasioni.

Come già evidenziato, una caratteristica rilevante dei virus è costituita dalle varianti, fenomeno che comporta alcune gravi conseguenze. Anche come vedremo nel rapporto tra vaccinazioni e Covid.

Ad esempio la reinfezione di soggetti già colpiti da una precedente variante e la possibilità di sfuggire agli anticorpi già precedentemente prodotti, oltre ad un rischio di inefficacia dei vaccini.

Ecco perché essere in area gialla, come correttamente osservato da esperti e dalle istituzioni sanitaria, non equivale ad un liberi tutti.

In particolare, occorre peraltro considerare che un virus potrebbe sviluppare anche un numero elevato di varianti.

Non tutte sono pericolose, e soprattutto non tutte sono in grado di infettare l’uomo, ma alcune certamente sì.

In particolare, in Italia si stanno riscontrando essenzialmente casi di variante inglese e brasiliana.

Quest’ultima, unitamente alla variante sudafricana, sembrerebbe essere tra le più pericolose.

Ovviamente la situazione attuale non dipende solo dalle varianti.

Anche la forma originaria del virus continua ad esplicare i suoi effetti e la attuale campagna di vaccinazioni non costituisce certo ancora un baluardo sufficiente a sconfiggere la pandemia.

Potremmo quindi sintetizzare la situazione attuale come quella che si apre ad uno scenario in cui le varianti assumono una valenza particolarmente importante.

Ma possiamo dire di conoscere come stanno esattamente le cose, da questo punto di vista?

Il dark number

Tutte le analisi che si sono condotte sulla pandemia a livello epidemiologico, tranne il caso di ristrette aree del territorio nazionale, hanno una valenza puramente statistica.

In parte proprio perché, per conoscere con esattezza i numeri effettivi di un fenomeno, bisognerebbe svolgere analisi su quello che si definisce universo statistico. Ossia su tutti coloro che possono essere interessati da un fenomeno.

In questo caso, l’universo sarebbe l’intera popolazione presente sul nostro territorio nazionale.

Il che equivarrebbe, intanto, a sottoporre a tampone o altro esame, per accertare la presenza del virus, l’intera popolazione, il che è ovviamente impossibile.

Dico l’intera popolazione, perché comprensiva anche degli asintomatici, cioè di coloro che sono stati infettati, senza manifestare i sintomi tipici della patologia.

Ma anche il numero dei contagiati con sintomi non è quello totale, ma corrisponde solo ad una parte dell’universo dei soggetti interessati.

Per questo si parla di rapporto tra numero di contagiati e numero di test effettuati.

E già a tale proposito possiamo quindi affermare che gran parte dei fenomeni collegati alla pandemia è caratterizzata da quello che in criminologia e in statistica si definisce dark number.

Tale espressione, nata in ambito criminologico, indica il numero effettivo di casi rientranti in un determinato fenomeno. Un numero che spesso è diverso da quello di casi rilevati e che, quindi, non può essere conosciuto.

In campo criminologico, ad esempio, non possiamo conoscere il numero totale di furti effettivamente commessi, perché non sempre un furto viene denunciato.

E lo stesso dicasi per altri fenomeni, come le violenze domestiche.

Parimenti, non possiamo conoscere, come dicevamo, certi numeri relativi alla pandemia, proprio perché non siamo a conoscenza dei dati relativi all’intera popolazione.

Questo fenomeno vale anche per le varianti.

Vaccinazioni e Covid: le varianti che sfuggono

Una volta accertato un certo numero di contagiati, per comprendere, sia pure come indicazione meramente statistica, come si stiano diffondendo le varianti in un determinato territorio, bisognerebbe procedere con il sequenziamento, per ogni caso rilevato.

Purtroppo, solo in un certo numero di casi lo si fa, e l’Italia è tra i Paesi che lo fa di meno.

Secondo dati citati dal Prof. Bassetti, ad esempio, in Italia si effettua un sequenziamento ogni mille positivi, mentre in altri Paesi si effettuano anche 150 sequenziamenti, ogni mille positivi.

In assenza di tali esami, non è possibile formulare una mappa attendibile della diffusione delle varianti in Italia.

Né sapere se altre varianti, oltre quelle già accertate, si stiano diffondendo in un determinato ambito territoriale.

Possiamo quindi affermare che le varianti hanno la caratteristiche di tendere a sfuggire ai controlli.

Intanto, come abbiamo detto, a livello epidemiologico, proprio a causa del fenomeno del dark number, sopra spiegato.

Ma le varianti tendono a sfuggire anche ai sistemi di controllo messi in campo dall’organismo animale ed umano.

Anche la produzione di anticorpi a seguito di una prima infezione, potrebbe non essere sufficiente se il virus muta significativamente.

Probabilmente questo causa anche la reinfezione di soggetti, già infettati, sia pur da poco tempo.

Ma causa anche, come ben noto, il rischio di inefficacia dei vaccini.

Vaccini: perché la riprogrammazione delle consegne?

Una circostanza che ha caratterizzato la campagna delle vaccinazioni nel contrasto al Covid è stata costituita dalle dichiarazioni di ditte farmaceutiche di non poter consegnare tutte le dosi inizialmente previste.

Uno dei motivi è che la produzione dei vaccini può andare incontro a difficoltà, che ben differenziano il processo produttivo, rispetto, ad esempio, alla produzione di componenti metalmeccaniche.

Nel processo produttivo di un vaccino, per motivi che evitiamo in questa sede di spiegare, per evitare eccessivi tecnicismi, qualcosa può andare storto e un certo numero di dosi, quindi, può non riuscirsi a produrre nei tempi previsti.

Ma un’altra circostanza potrebbe influire sulla programmazione, proprio la presenza di varianti.

Infatti se queste tendono ad avere una particolare diffusione a livello epidemiologico, un vaccino rischia di essere inefficace.

Ne consegue che una particolare diffusione di varianti imporrebbe la rivaccinazione entro breve tempo, anche una volta ogni cinque o sei mesi, o anche meno, se si constata che l’efficacia è temporalmente limitata, e quindi ci si domanda: allora, a cosa serve essersi precedentemente vaccinati?

Soprattutto considerando che già una parte dei vaccini disponibili comporta la necessità della doppia dose e che, comunque, anche rispetto al virus originale un vaccino potrebbe avere un’efficacia limitata nel tempo, fenomeno ancora non sufficientemente indagato.

L’inluenza delle varianti sui tempi

Riguardo al rapporto tra vaccinazioni e Covid, secondo taluni, anche questo fenomeno della diffusione epidemiologica delle varianti potrebbe, per certi versi, influire quindi sulle tempistiche della campagna inizialmente prevista, se si giungesse alla considerazione di una decisa limitazione della sua efficacia, proprio in considerazione delle varianti di un virus.

Infatti essere infettati da una variante, se ancora non lo si fosse compreso, è un po’ come essere infettati da un altro virus, per il quale, evidentemente, il precedente vaccino potrebbe non servire a nulla.

Circostanza che comporterebbe l’esame di quali vaccini siano effettivamente efficaci anche contro le varianti ed una programmazione, che quindi tenga conto anche del fenomeno delle varianti a livello epidemiologico, ma che, come richiamato opportunamente dal Prof. Bassetti, non può essere conosciuto, in presenza di una eccessiva limitazione del numero di sequenziamenti.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

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