Uscire dall’euro e dall’Europa sarebbe come bruciare subito almeno il 30% della nostra ricchezza

Il rifiuto dei coronabond delle ultime ore  ha riacceso la voglia di Italexit in chi ritiene di non essere compreso (ma anzi sbeffeggiato) a Bruxelles. E sale di conseguenza la voglia di sbattere la porta in faccia ai burocrati comunitari e tornare alla nostra piena sovranità fiscale e monetarie. Quindi ristamparci la vecchia e cara “liretta” e farci in casa le regole di bilancio. Ci converrebbe? Sarebbe la scelta più sensata? E in cosa ci guadagneremmo? Diamo subito la risposta: uscire dall’euro e dall’Europa sarebbe come bruciare subito almeno il 30% della nostra ricchezza. Vediamo i perché.

La nuova moneta

Il primo passo da compiere all’indomani dell’indipendenza sarebbe impartire alla Zecca di stampare le nuove lire. Che ovviamente non varrebbero mai 1 euro = 1 lira. Perché l’euro farebbe riferimento a un’unione forte di più Stati abbastanza coesi, con economie robuste, armonizzati al loro interno ed esterno. La liretta invece sarebbe la moneta di una mela marcita a metà: potrebbe mai valere tanto quanto l’atra? Impossibile. Secondo molti economisti dovrebbe valere sin da subito un terzo in meno della valuta comune. Anzi, saremmo noi italiani stessi ad andare in banca 3 secondi dopo averli ricevuti per convertirli subito in euro. Cioè non penseremmo mai di avere in casa la moneta cattiva che col passare dei giorni si andrebbe solo a svalutare contro tutti i principali cambi. Imiteremmo in parte quello che del resto già oggi fanno i cittadini turchi o i venezuelani. Non appena hanno in mano le loro monete nazionali le convertono seduta stante in – rispettivamente – euro o dollari USA.

Gli effetti sui conti pubblici

E il debito pubblico? La conseguenza certa è ignota, ma sicuramente schizzerebbe. Perché? Perché i vecchi creditori rifiuterebbero di essere ripagati in lire; lo Stato quindi si dovrebbe munire di euro che pagherebbe a caro prezzo. Ancora: sicuramente le nuove emissioni in lire sarebbero a tassi elevati per invogliare il mercato a sottoscrivere BTP. Con le ovvie conseguenze sugli interessi del debito pubblico. Doppia morale: uscire dall’euro e dall’Europa sarebbe come bruciare subito almeno il 30% della nostra ricchezza. Per ognuno di noi e per lo Stato.

La bilancia commerciale

Qui forse risiede l’unico vantaggio dell’eventuale uscita (una moneta debole aiuta le esportazioni; i cinesi sono campioni del mondo al riguardo), ma è tutto da dimostrare. La ragione è semplice ed è la seguente: i futuri flussi di valuta in entrata (quando noi vendiamo all’estero i nostri prodotti) sarebbero maggiori di quelli in uscita (quando noi compriamo dall’estero, tipo petrolio, vacanze, beni di consumo, etc)? È in pratica un discorso di elasticità, che è probabile avvantaggi solo i primi tempi di un’eventuale uscita; poi è tutto da verificare. Ossia è da vedere quale delle due elasticità, nel lungo periodo, avrebbe il reale sopravvento sull’altra.

Conseguenze su occupazione e aumento delle disparità

Altro refrain di solito sollevato da chi si fa portavoce dell’uscita è che si guadagnerebbero posti di lavoro. Ma a questa favoletta non ci credono più neanche all’asilo, figurarsi i grandi. L’uscita dall’euro farebbe aumentare la produzione solo perché i prodotti sarebbero venduti in lire, che risulterebbe svalutata. Sarebbe quindi la moneta a far aumentare i posti di lavoro, e non già il recupero di sovranità. Fermo restando comunque che molte frange di lavoro (quelle a più basso valore aggiunto, tipo badanti, manovali, etc) resterebbero scoperte anche dopo. A meno che non si decida di “importare” lavoratori stranieri. Come? Con gli emigranti. Punto e a capo.

Il vero effetto finale: saremmo tutti più poveri

Triste a dirlo, ma il vero effetto di un’uscita ci renderebbe tutti più poveri. Lo spread salirebbe stabilmente, perché nessuna BCE  al mondo ci tutelerebbe. In sede internazionale (ONU, WTO, Nato, etc) varremmo tanto quanto le comparse dei film. Quasi sicuramente le disuguaglianze tra ricchi e poveri aumenterebbero. Per colpa dell’inflazione, che tornerebbe a colpire maggiormente lavoratori dipendenti, pensionati, redditi da capitale. Poi crescerebbe il divario Nord-Sud: chi già oggi produce, si specializzerebbe ancor più per l’estero, i mercati ricchi. Il Sud invece arrancherebbe alla meno peggio, lasciato al suo destino. E in merito alla storiella che si avrebbero meno vincoli da rispettare, quella sarebbe la nostra dead-line. Allentare i vincoli di bilancio vorrebbe dire debito alle stelle, quindi tassi di interesse sui BTP alti, poi inflazione da paese del Terzo Mondo, e così via. Andremmo a sbattere contro un muro che ha già fatto tanto male in Argentina: vogliamo provarlo anche noi? Sono dunque tantissime le ragioni per cui uscire dall’euro e dall’Europa sarebbe come bruciare subito almeno il 30% della nostra ricchezza.

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili qui»)

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