Usa ed Europa: quale economia avrà il sopravvento? Il futuro fra tassi, Fed, Draghi, Powell e Trump

A cura di Gian Piero Turletti

autore di  Magic Box in 7 passi e di  PLT   Edizioni Proiezionidiborsa

In questi giorni si parla molto della prossima politica monetaria della Fed, di tassi e di proiezioni economiche.

Ma il vero nodo alla base di queste problematiche è uno solo.

Come sono messe l’economia europea e quella statunitense?

E, fattore ancora più rilevante, quale sarà il loro futuro?

Per rispondere a tali quesiti, naturalmente esistono metodologie e concezioni diverse, ma soprattutto al fine di predire eventuali periodi di recessione, personalmente ritengo che il metodo più sicuro ed attendibile sia tuttora rappresentato dalla curva dei rendimenti.

Nonostante un dibattito sul tema, con visioni diverse tra analisti e responsabili economici, è in primis la Fed a tenere sotto osservazione tale indicatore per cogliere future fasi economiche recessive.

Infatti, mentre molti guardano al prossimo simposio di JacksonHole, direi che le decisioni più rilevanti sono state già prese e che l’elemento fondamentale di tutte queste aspettative,in attesa di decisioni particolari, già è presente in un verbale del FOMC del 12/13 giugno, cui forse molti non hanno prestato la dovuta attenzione, di cui riporto di seguito un passo fondamentale:

Per diversi partecipanti è importante continuare a monitorare la discesa della curva dei rendimenti, data la regolarità con cui una curva invertita nella storia ha indicato un maggior rischio di recessione negli Stati Uniti.’”

Per fare chiarezza su questo punto, dobbiamo distinguere tra due diverse questioni: come sono messe attualmente l’economia USA e quella europea, in base alla curva dei rendimenti, e verso quali scenari futuri stanno andando?

Per rispondere a tale domanda, consideriamo due distinti tratti della curva dei rendimenti di due diversi stati, USA e Germania.

Una curva europea complessiva dei rendimenti non è possibile, data la differenza dei titoli di stato tra i diversi paesi europei, ed in considerazione del fatto che la Germania è sempre stata locomotiva economica europea, consideriamo la relativa curva al posto di una ideale curva paneuropea.

Analizziamo quindi il differenziale di rendimento nel tratto a breve sino ai due anni, situazione che riflette le condizioni a breve dell’economia.

E poi nel tratto 2/10 anni, anche perché tutte le ultime recessioni americane sono state segnalate da questo tratto quando è divenuto laterale, con pendenza zero (rendimenti uguali tra scadenze diverse) o con pendenza negativa.

Ma considereremo non solo la situazione attuale, ma anche la probabile evoluzione della curva nel tempo.

Tratto sino ai due anni: Germania: curva piatta, a pendenza zero, sia l’attuale, che quella di un anno fa, nel tratto 6 mesi/2anni a testimonianza di una situazione attuale di stagnazione.

USA: la curva nel tratto 6 mesi/2 anni è passata da una differenza di rendimento dello 0,22 di un anno fa ad una dello 0,38 sull’attuale configurazione, che riflette una fase in atto ancora espansiva, ma in probabile fase di esaurimento.

Sintetizzando, i tratti a breve indicano una situazione stagnante con una leggera dinamica ascendente a favore degli USA.

Ma è soprattutto il tratto tra i 2 ed i 10 anni a indicare il probabile futuro delle economie.

E quindi, come la curva dei rendimenti USA ha anticipato tutte le ultime fasi recessive, e come quella tedesca ci aveva avvisato (leggere mie precedenti analisi sul tema) che qualcosa non quadrava nell’economia tedesca, o che quella italiana poteva, a suo tempo, rivelarci sorprese positive (vedere anche tali analisi sul tema), ancora una volta non sono da sottovalutare le sue indicazioni.

Curva USA 2/10 anni: questo tratta è passato da una differenza di rendimento di 0,83 ad una di appena lo 0,21 in un anno.

Il che significa una media di riduzione dello spread dello 0,62 in un anno, e quindi la curva ha ridotto mediamente tale spread di uno 0,05 al mese.

Se la progressione di riduzione dello spread resta costante, questo significa che la curva diverrà piatta, su tale tratto, nell’arco di circa 4 mesi, assumendo le stesse caratteristiche che hanno portato ai precedenti massimi del mercato azionario ed all’inizio di una fase recessiva negli USA.

Analizziamo ora la curva tedesca nel medesimo tratto:

un anno fa lo spread era 1,1, ora si attesta a 0,94.

Una curva anche questa in contrazione, come notiamo, ma con velocità di decrescita decisamente inferiore, rispetto alla curva USA, appena uno 0,16 contro lo 0,62 statunitense, e quindi lo spread si riduce di circa lo 0,0133 al mese.

Questi dati sono significativi, perché, a condizioni costanti nella dinamica delle curve, dimostrano che tra circa 4 mesi, sul medesimo tratto, mentre la curva USA sarà piatta, su quella tedesca lo spread si attesterà a circa un +0,88, quindi ancora uno spread positivo.

Se vogliamo trarre qualche indicazione economica da tali dati, possiamo dire che la situazione attuale, a conferma di quanto già oggetto di mie pregresse analisi, evidenzia una fase ancora rialzista dell’economia USA, ma in via di esaurimento, del resto in accordo anche con quanto indicato da cicli di lungo termine di borsa, che a sua volta anticipano l’economia.

La situazione attuale vede una fase stagnante di breve/medio termine per il principale motore economico europeo, le Germania, ma con un’economia non stagnante/recessiva nel medio/lungo.

Quindi, mentre la situazione attuale privilegia gli USA, le cose si invertono nel medio/lungo e, pur non essendo prevista un’ economia espansiva a ritmi più sostenuti in Germania, questa comunque dovrebbe continuare a crescere, sia pur a ritmo rallentato, il che è logico, considerando la proiezione di una prossima fase stagnante/recessiva negli USA.

Alcuni dati sotto le attese, ad esempio nel settore immobiliare statunitense, non stupiscono chi segue le indicazioni proiettive della curva, come non hanno stupito a loro volta dati differenti dalla attese, a suo tempo, relativi alla Germania, all’Italia, o ad altri paesi (ripeto: vedasi precedenti analisi).

Ovviamente con tutto questo non intendo dire che la curva dei rendimenti rappresenta una sfera di cristallo (anche se almeno a partire dagli ultimi decenni non ha mai sbagliato nel predire una fase recessiva negli USA), ma possiamo quanto meno affermare che, se non interviene qualche fattore, a far cambiare opinione al mercato dei titoli del debito pubblico, come espresso nella curva dei rendimenti, quella indicata pare la più probabile evoluzione del quadro economico delle due più importanti aree occidentali.

A confermarlo, anche le parole del verbale del FOMC che, evidentemente, non è appiattito su potenziali, diverse opinioni di Powell.

Peraltro, secondo diversi analisti ed osservatori, Powell parrebbe aver espresso recentemente una presa di distanza da tale view, più che altro per motivi di logica “politica” interna alla Fed, cioè per differenziarsi rispetto ad altri appartenenti al medesimo board, e per sottrarre le proprie decisioni di già prevista politica monetaria restrittiva a critiche di un certo tipo.

In altri termini, certo Powell non intende farsi additare come il responsabile di una prossima recessione, e quindi è ovvio che dica: la curva non predice…..

Peccato che i suoi colleghi, meno esposti di lui anche dal punto di vista della visibilità mediatica, gliabbiano ricordato proprio in questo ultimi tempi che la storia ci insegna qualcosa di molto diverso.

Del resto la storia passata e la matematica, a quanto pare, non sono un’opinione, ed è un fatto che tutte le ultime recessioni americane siano state segnalate proprio dalla curva dei rendimenti.

E’ lo stesso FOMC a ricordarcelo, anzi, a ricordarlo in primis proprio a Powell.

 

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