Una società sempre più imperniata su ipotesi probabilistiche

Filosofi e sociologi hanno da tempo sottolineato come la società occidentale stia, nel suo complesso, sempre più abbandonando antiche certezze. Per indirizzarsi, invece, verso ambiti fondati su mere ipotesi probabilistiche.

Sia nella scienza, che nel nostro vivere quotidiano, il desiderio innato nell’uomo di potersi basare su elementi certi ha lasciato spazio alla possibilità di basarsi su quello che potrebbe succedere, invece che su quello che succede con certezza.

Avremmo pensato, un paio di anni fa, di doverci chiudere in casa per il lockdown? Probabilmente no, come non avremmo pensato, almeno sino a tutto il 2019, ad una pandemia che, per molti aspetti, pare più un film di fantascienza catastrofista, che una situazione reale.

Quale percentuale avremmo dato alla possibilità che siffatti eventi si sarebbero verificati?

Forse zero, o comunque prossima allo zero.

Ma non è solo pensando al virus ed alle sue implicazioni, che si determina una situazione di sostanziale incertezza.

Cerchiamo quindi di richiamare, in questo articolo, diversi ambiti, che dimostrano la tendenza a lasciare sempre più spazio ad ipotesi probabilistiche, piuttosto che a certezze.

Una società sempre più imperniata su ipotesi probabilistiche: la fisica

La fisica, ad esempio, pur sembrando a molti dominio delle certezze assolute, è stata invece attraversata da vere e proprie rivoluzioni, che hanno abbattuto precedenti certezze.

Nella fisica più tradizionale, ad esempio, si pensava che energia e materia fossero realtà nettamente separate, come lo spazio ed il tempo.

Einstein dimostrò, invece, che energia e materia erano due aspetti della stessa realtà. Come lo spazio ed il tempo.

Ed ancora oggi, del resto, l’uomo comune fa fatica ad accettare conseguenze legate alla stessa teoria della relatività, eppure scientificamente dimostrate.

Come il fatto che il tempo non scorre nello stesso modo per tutti.

Anche il tempo, quindi, diviene una variabile relativa, non più certezza assoluta.

La quantistica

A sua volta, la meccanica quantistica ha rivoluzionato alcune presunte certezze, che pur facevano parte della fisica già rivoluzionaria di Einstein.

Ad esempio con il famoso esperimento cosiddetto della doppia fenditura si dimostrò che la realtà può comportarsi sia come materia, che come energia.

Ma si andò anche oltre. Dimostrando, ad esempio, che tutte le componenti della realtà sono connesse, a prescindere dalla distanza che le separa, e superando così il concetto di spazialità di Einstein.

Anzi, le caratteristiche della materia vengono in generale considerate non più determinate a priori, ma soggette ad una nuvola probabilistica, che non consente di precisarle, se non in termini di pure ipotesi probabilistiche.

Intelligenza artificiale e dimensione probabilistica

Altro campo in cui domina la concezione probabilistica, è quello dello sviluppo della cosiddetta intelligenza artificiale.

Con soluzioni sempre più sofisticate, si è consentito a particolari software di imparare dai propri errori, ad esempio nell’ambito delle previsioni meteorologiche o delle proiezioni finanziarie.

Pertanto non si fa più affidamento sul fatto che il risultato che ne deriva sia basato sempre sullo stesso algoritmo. Infatti l’algoritmo che presiede alle previsioni viene soggetto ad una continua revisione e modifica, in base alle varianti da apportare in base a precedenti errori.

Infatti lo stesso concetto di intelligenza artificiale implica che un risultato, relativo a cosa succederà in un determinato ambito, non possa essere stimato con certezza, ma solo con un certo grado di approssimazione percentuale, che si spera di ridurre sempre più tramite l’autoapprendimento da precedenti errori.

Medicina e diagnosi probabilistiche

Ma, tralasciando ambiti più particolari, e che possono apparire lontani dalla nostra quotidianità, anche nella vita di tutti i giorni riscontriamo spesso una dimensione sostanzialmente probabilistica.

ProiezionidiBorsa pubblica quotidianamente molti articoli in materia di salute e benessere. E tutti siamo consapevoli dell’importanza di questa tematica, tanto che siamo spesso preoccupati quando qualcosa non va dal punto di vista della salute.

Ma possiamo sempre sapere con certezza da quale eventuale patologia siamo afflitti?

In molti casi no, perché i limiti delle indagini diagnostiche non consentono di andare, ancora una volta, oltre ipotesi meramente probabilistiche, comprese quelle formulate da personale medico specializzato.

Diagnostica per immagini

Ad esempio, occorre ricordare che oggi ha preso sempre più piede la diagnostica per immagini.

Questo ci consente di appurare situazioni, di cui prima neppure avevamo il sospetto. Ma spesso in termini, ancora una volta, puramente probabilistici.

Una diagnosi di tumore, ad esempio, non può mai essere fatta solo con le immagini consentite da strumenti come rx, tomografia o tac.

Anche quando pare che ormai il dato patologico non presenti margini di dubbio.

In tal senso, ricordo ad esempio, evitando nomi per motivi di privacy, il caso della moglie di un medico. Le era stato diagnosticato un tumore ai polmoni, tramite immagini consentite dalla radiodiagnostica.

Ebbene, non si trattava, fortunatamente, di questo.

Le era cresciuto un fungo in area polmonare, ma la diagnosi per immagini aveva espresso ben altro risultato.

Anche solo questo drammatico episodio (pensiamo a cosa deve aver passato quella donna dopo quella terribile diagnosi) dimostra che sino a che non interviene un esame istologico, le diagnosi possono essere solo a livello probabilistico, se basate, appunto, sulla diagnostica per immagini.

Anche le terapie sono probabilistiche

Ma anche la terapia è probabilistica. Non esprime la certezza che il paziente guarisca, ma solo una certa probabilità.

Anche perché la reattività è sempre un fattore individuale, soggetto ad alcune variabili, come la predisposizione genetica.

Ecco, quindi, che taluno da determinate patologie potrebbe guarire, a fronte di una determinata terapia, e qualcuno, invece, solo migliorare, o anche non trarne alcun giovamento.

Consenso informato e gradi di libertà

Anche il recente drammatico sviluppo di nuove varianti del virus evidenzia una realtà non certa, ma basata solo su mere probabilità.

A mio avviso si sta determinando, infatti, una sostanziale asimmetria tra quanto ha capito (anche qui mi viene spontaneo dire: probabilmente) la maggior parte delle persone e quanto, invece, riconduce alla situazione reale.

Intendo riferirmi in modo specifico al Green Pass.

Domandiamoci quanto segue. Se una persona si vaccina, anche con due dosi, è sicura di non poter essere contagiata?

E se si contagia, è sicura di non subire conseguenze gravi, tali da portarla in terapia intensiva ed, eventualmente, alla morte?

Pertanto, il Green Pass comporta certezze di non potersi ammalare?

Per rispondere a queste domande, considero alcuni dati di uno stato, di cui si parla meno, la Svizzera, avendoli sotto mano.

Dallo scorso gennaio, dopo l’avvio della campagna vaccinale in Svizzera, sono 1100 i decessi registrati in relazione al Covid 19, 18 dei quali hanno interessato persone completamente vaccinate. Tra chi aveva già ricevuto le due dosi di farmaco sono stati registrati 362 contagi, con 86 persone che hanno dovuto essere ospedalizzate.

Questo intanto implica, dati alla mano, che anche chi abbia completato il ciclo vaccinale non ha alcuna certezza di non poter essere contagiato e di non potere morire.

Ho considerato i dati della Svizzera per caso, ma ovviamente potevo considerare quelli relativi a qualsiasi altro ambito, statale o sovrastatale.

Ne consegue che ancora una volta non sussiste certezza.

E quanto al Green Pass, le persone dovrebbero essere meglio informate

Possono essere certe solo di una cosa.

Certamente non quella di non correre alcun rischio nel frequentare un locale, ma solo di ridurre la probabilità di contagiarsi o di avere gravi ripercussioni, se contagiate.

Sicuramente non può essere esclusa, per chi possiede il Green Pass, la possibilità di contagiarsi e di morire.

Quindi andrebbe cambiato il paradigma, con cui il Green Pass viene solitamente percepito.

Non una garanzia di immunità al virus, ma solo, per l’ennesima volta, un attestato che diminuisce la probabilità statistica di ammalarsi e di morire, se in un locale si viene a contatto con persone affette dal virus nella variante attuale.

Se poi la variante prevalente attualmente, la delta, lasciasse il posto a nuove varianti, non sappiamo cosa potrebbe effettivamente succedere.

Una società sempre più imperniata su ipotesi probabilistiche: conclusioni

A proposito di una società sempre più imperniata su ipotesi probabilistiche, si constata come antiche certezze siano venute meno, per lasciare spazio ad una dimensione meramente probabilistica di quanto potrebbe succedere.

Questo fenomeno sta interessando non solo ambiti, che potremmo considerare astrusi o comunque lontani dalla nostra quotidianità, come la fisica o la meccanica quantistica, ma anche la vita di tutti i giorni.

Ad esempio in ambito medico.

E, proprio a tale riguardo, questo si sta verificando anche su un tema di stretta attualità, come il Green Pass.

Molti pensano di dotarsi di una sorta di immunità nei confronti del virus, se si dotano di Green Pass a seguito di due vaccinazioni.

Non è così. Non si tratta, ancora una volta, di certezze, ma di mere ipotesi probabilistiche.

Ed è quindi evidente che anche il governo abbia voluto adottare questa strategia, per evitare il lockdown, che avrebbe condotto a nuove ripercussioni economiche.

Ma nella consapevolezza di ridurre, per quanto possibile, i focolai della pandemia, non certo nella convinzione di escludere a priori nuovi contagi e financo morti, pur tra chi abbia completato il ciclo vaccinale.

Insomma, per concludere sull’argomento “Una società sempre più imperniata su ipotesi probabilistiche”, l’unica vera certezza, anche scientifica, è quella di poter contare su mere probabilità, non su certezze assolute.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

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