Una banca cattiva salverà quelle buone?

Quando la crisi economica colpisce duro un buon numero di famiglie e imprenditori, spesso a pagarne le conseguenze sono anche le banche. E perché loro? Semplice: perché una parte dei crediti che esse danno a famiglie e aziende (mutui, linee di credito, fidi, etc) puntualmente va persa.  Nel senso che diviene di difficile restituzione, o s’incagliano, come si dice in gergo. A danno della solidità degli istituti di credito e della operatività, che per forza di cose si restringe. Per evitare tutto ciò, si discute quindi di una banca cattiva salverà quelle buone. Ovvero, secondo indiscrezioni lanciate dal Financial Times si sta discutendo tra BCE e Commissione di creare una bad bank che prevenga tutto quest’ordine di cose. Vediamo come.

L’idea di base su cui iniziare a ragionare

Il fulcro del progetto attorno a cui si sta ragionando i risparmiatori italiani lo conoscono molto bene. Perché ricalca quello che è stato fatto con le varie banche del territorio in Italia tra il 2009 e il 2014. Al bilancio di questa potenziale e nascitura bad bank – di caratura europea, ovviamente – sarebbero girati i crediti deteriorati (i c.d. non performing loans, npl) delle banche “buone”. Ossia quelle attuali che noi quotidianamente frequentiamo. Alla banca “cattiva” perverrebbero tanto gli npl ereditati dalla crisi finanziaria del 2008 (nel frattempo dimezzati), quanto quelli che, c’è da scommettere, giungeranno dall’attuale crisi economica nata dal Covid-19.

Può funzionare? I possibili vantaggi

Un disegno pan-europeo del genere sarebbe in grado di diluire molti dei problemi che da qui a breve si abbatteranno sul mondo del credito. Ricordiamo in Italia quanto ci è costato il non tempismo su certe decisioni in merito. Ovvero credito più razionato (o strozzato proprio nelle prime fasi acute del credit crunch), ricapitalizzazioni a più riprese di quasi tutti gli istituti bancari, perdita di Pil e produttività. Un sistema bancario efficiente passa anche per la tenuta di bilanci “puliti”, ovvero privi di attivi poco o niente gestibili. E sappiamo della specialità del sistema bancario alla base di qualunque economia di mercato. Se loro s’ingolfano, son dolori tanto per chi deposita disponibilità a vista tanto per chi li chiede in prestito.

Contrasti con la regola del bail-in

Che si tratti di un problema serio è fuori discussione. Ad esempio la quota di crediti incagliati in Italia è pari al 6,7%, mentre in Grecia la quota sfiora il 35%. A livello aggregato europeo la quota è pari a €506 mld. Riuscirà una banca cattiva salverà quelle buone? Vedremo. Per adesso l’idea non ha trovato una calda accoglienza presso i rappresentati UE, in quanto andrebbe a depotenziare pesantemente la regola del bail-in. Ossia quel meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie introdotto nel cuore della crisi finanziaria di 10 anni fa, in base al quale le crisi bancarie vanno risolte anzitutto internamente. Ovvero mediante perdite per detentori di azioni, obbligazioni e, in casi estremi, anche per correntisti con depositi maggiori ai €100mila. Come andrà a finire stavolta? Seguiremo da vicino gli sviluppi del progetto.

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili qui»)

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