Un modo per pagare meno tasse sugli investimenti

Un modo per pagare meno tasse sugli investimenti. Che poi è una cosa che vorrebbero fare tutti, ed a ragione. Questo perché la pressione fiscale in Italia è troppo forte ovunque. E lo è anche sugli investimenti, naturalmente. Che, con anomalia tutta italiana, da noi sono distinti in due categorie. I redditi da capitale (cioè interessi e dividendi) e i redditi diversi (cioè plusvalenze e minusvalenze quando si vende).

Dicevamo della pressione fiscale. Le tasse sono trattenute subito, alla fonte. Da chi? Dagli istituti di credito o dai broker, che fungono da sostituto d’imposta cioè pagano per conto nostro. Evasione impossibile, quindi. Si paga il 12,5% di tasse sui titoli di Stato (BOT, BTP, CCT, CTZ) o sui titoli sovranazionali (obbligazioni emesse da enti come BEI, BIRS, Banca Mondiale o FMI). Si paga invece il 26% su tutti gli altri titoli privati (azioni, obbligazioni bancarie o societarie). Un bel salasso, soprattutto quest’ultimo balzello. E poi ci sono le imposte di bollo. Che possono essere di due tipi. Proporzionale, allo 0,20%, su praticamente tutti i prodotti finanziari (tranne fondi pensione e polizze vita tradizionali). Fissa, pari a 34,20 €, su ciascun conto corrente o libretto di risparmio con fondi che superino i 5.000 €. Tante, troppe tasse. Ma c’è un modo per pagare meno tasse sugli investimenti?

Un modo per pagare meno tasse sugli investimenti

Ad oggi, per alleggerire un po’ questa pressione fiscale, ci sono solo tre modi. Uno è di andarsene dall’Italia, trasferendo la resistenza all’estero. Magari nella stessa Unione Europea, dove diversi stati sono dei veri e propri paradisi fiscali (Malta e Lussemburgo su tutti). Il secondo è di investire in strumenti come i PIR (i Piani Individuali di Risparmio) per almeno 5 anni. In tal modo si otterrà l’esenzione dalla tassazione dei redditi finanziari. Ciascun investitore può investire 30.000 € l’anno in questi strumenti, per un massimo di 150.000 € (ovviamente). Il terzo è compensare le plusvalenze (guadagni) con le minusvalenze (perdite). Il problema è che la folle legge italiana, in questo campo, non consente di compensare le perdite (che sono redditi diversi) con i redditi da capitale. Speriamo che si ponga rimedio a quest’ultima cosa, ed in fretta.

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