Titoli petroliferi: cosa fare adesso?

Durante il fine settimana alcuni attacchi hanno colpito le più grandi raffinerie del mondo. E, di conseguenza, i titoli petroliferi. Cosa fare adesso?

Il rally dei prezzi

Durante il fine settimana, alcuni droni hanno attaccato le maggiori raffinerie del mondo, raffinerie in mano all’Arabia Saudita e per la precisione a Saudi Aramco. La conseguenza è stata l’improvvisa interruzione delle forniture di petrolio, un’interruzione che, stando alle prime notizie, è stata la peggiore di sempre. Infatti ha coinvolto la metà della produzione giornaliera della nazione. Un crollo delle forniture che ha portato ad un rally improvviso del barile con un salto sulle quotazioni di oltre il 10%. Si è trattato, però, di una fiammata, anche perché, immediatamente dopo l’attacco, dai vertici di Saudi hanno fatto sapere di essere pronti ad attingere alle scorte strategiche per riuscire a sopperire alla carenza di materia prima. Intanto sono già partite le operazioni di ripristino delle strutture danneggiate. Risultato: calo del 5% sul prezzo del petrolio.

Le conseguenze sul mercato

Ma a quanto pare potrebbero servire più dei 30 giorni previsti per riparare gli impianti. Un problema? Non proprio, nel caso di eventuali altre carenze, il presidente Usa Donald Trump ha autorizzato l’uso di petrolio dalla US Strategic Petroleum Reserve per stabilizzare i mercati energetici.

Da sempre il settore energetico è un serbatoio anche di importanti titoli a mega capitalizzazione e ricchi dividendi. Per questo molti investitori si chiedono cosa fare adesso.

L’OPEC + ha capacità limitate per riportare abbastanza petrolio sul mercato, soprattutto considerando le sanzioni iraniane che verranno presto potenziate. Infatti sono state forze iraniane a rivendicare l’attacco. Il che potrebbe presto creare incertezze anche a livello geopolitico. Un fattore, quest’ultimo, da non sottovalutare.

Su chi puntare tra i titoli petroliferi?

Infatti se le tensioni continuano a crescere, portando a un’escalation e ad un possibile conflitto, si rischia di avere un impatto molto più profondo sui mercati. E non solo quelli del settore energetico.

Tra l’altro proprio il settore energetico è caratterizzato da forti investimenti (ricerca, trivellazione e manutenzione degli impianti), investimenti che vedrebbero uno stop in caso di conflitto. Chi potrebbe trarre vantaggio dall’interruzione della produzione? Sicuramente lo shale oil americano e i produttori canadesi ma anche, più in generale, tutte quelle grandi società non esposte nella zona e focalizzate sul settore dei trasporti della materia prima.

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