Scappare dai titoli di Stato? La verità sul MES

In questi giorni imperversa sui media la questione del dossier MES, il fondo salva stati europeo. È il momento di scappare dai titoli di Stato?

Soprattutto per il ventilato rischio che una sua riforma comporterebbe il rischio di una ristrutturazione del debito pubblico.

Ma stanno realmente così le cose?

Cosa prevede realmente la riforma? La ristrutturazione del debito è conditio sine qua non per accedere al fondo? Ed è vero che già ci è costato diversi miliardi? Bisogna scappare dai titoli di Stato?

Vorrei partire con una necessaria premessa.

Ho sempre evidenziato, per le diverse problematiche, che presentano anche indubbi risvolti politici, che non basta limitarsi ad un esame superficiale delle questioni.

Occorre sempre approfondirle sotto il profilo tecnico.

Per i singoli provvedimenti,  certo i politici hanno l’ultima parola, ma partono dal lavoro di funzionari e tecnici esperti delle diverse problematiche.

Questi, prima elaborano, spesso in concerto tra loro, le varie opzioni, specialmente se si tratta di definire articolate normative, come sono i trattati e gli statuti di determinati organi o meccanismi, e solo dopo propongono le diverse alternative a chi le deve approvare.

Le conseguenze negative

Questo, tuttavia, comporta anche delle conseguenze negative.

Capita, infatti, che a volte anche i politici non abbiano voglia, o tempo, di mettersi a studiare approfonditamente i vari dossier, e si limitino, per sintesi, a cogliere aspetti, che però possono anche essere fraintesi e quindi possono anche essere diversi dalla realtà.

Ne è, a mio avviso, un esempio lampante proprio il MES acronimo che significa Meccanismo Europeo di Stabilità.

Diciamo subito che la versione dell’ipotetica riforma che è stata diffusa dai media, è stata fraintesa e, parimenti, male interpretata persino dall’ABI, l’Associazione Bancaria Italiana.

Ebbene, vorrei rassicurare subito gli investitori.

Chiariamo in primis che la ventilata riforma del MES non contiene affatto, quale conditio sine qua non, l’ipotesi di una ristrutturazione del debito al fine di poter accedere ai fondi europei.

Questa notizia nasce dalla circostanza che tale ipotesi di riforma era stata ventilata da alcuni paesi nordici,  a livello di bozza.

Peraltro, altra circostanza di non poco conto, comunque l’approvazione della riforma passa, necessariamente, dal voto parlamentare.

E già pentastellati e, se non ricordo male, anche il PD, si sono schierati contro un’ipotesi che preveda ristrutturazioni del debito, quale conditio sine qua non per l’accesso ai fondi del MES.

E’ quindi evidente, considerando i numeri in Parlamento, che una tale riforma non passerebbe mai.

Ma consideriamo anche la semplice logica matematica.

Come ha ricordato il direttore del fondo, una grave crisi italiana richiederebbe fondi in quantità tale, che non sarebbe sufficiente neppure la disponibilità finanziaria totale del meccanismo, circa 500 miliardi.

E quindi, a cosa servirebbe, anche fosse varata una riforma in tal senso, una ristrutturazione del debito, se poi, in cambio, il MES non possedesse neppure i mezzi economici per intervenire in una determinata situazione?

E’ quindi evidente che, anche nell’assurda ipotesi che sussistesse una clausola che comporti ristrutturazione del debito, certo l’Italia non la applicherebbe mai, perché poi in cambio neppure otterrebbe i fondi che le servono.

Anzi, tutto questo servirebbe solo a provocare tensioni sui mercati e che il debito italiano non venga più sottoscritto.

Peraltro, per chiudere la querelle, proprio le parole dei soggetti più direttamente interessati, ed a conoscenza dell’intero dossier, come il ministro Gualtieri ed il governatore della Banca d’Italia.

Hanno chiarito che tale ipotesi non esiste, infatti, neppure a livello di bozza.

Ma è vero che questo meccanismo già è costato all’Italia diversi miliardi?

Ebbene no, ancora una volta non è assolutamente vero.

Il mezzo con cui l’Italia reperisce eventuali risorse finanziarie da destinare al MES  è, ancora una volta, il debito pubblico. Nel senso che lo stato s’indebita.

Scappare dai titoli di Stato?

Ma gli stanziamenti destinati al MES non costituiscono una donazione o una sorta di finanziamento a fondo perduto.

Sono un prestito, su cui peraltro il MES riconosce interessi allo stato che gli ha trasmesso risorse finanziarie.

Pertanto si tratta di una partita a somma zero.

Lo Stato s’indebita per un determinato importo, ma poi vanta un pari credito verso il MES.

In teoria uno Stato potrebbe anche guadagnare da siffatte operazioni, nel caso in cui l’interesse che paga sul debito fosse inferiore a quello che riceve dal MES.

Nel caso dell’Italia il costo effettivo, sinora sostenuto, è pari ad alcune centinaia di milioni, dovuto alla differenza tra interesse passivo sul debito ed interesse attivo ricevuto dal MES.

Non a caso, non stiamo assistendo a dinamiche da panico sui nostri titoli di Stato, che invece sarebbero normali nel caso il mercato temesse una ristrutturazione.

Ad esempio nella giornata di ieri lo spread btp/bund era in diminuzione. Peraltro a fronte di un Btp rialzista e di una curva dei rendimenti italiana stabile e che, nel suo complesso, è tuttora rialzista. E nonostante un appiattimento sulla scadenze sino ai tre anni.

Dal punto di vista politico, non sarà questo tema a far implodere il governo in carica e presto l’attenzione si sposterà su altro, ad esempio sulla proposta di Renzi di un piano di rilancio per 240 miliardi.

Frattanto tranquilli sul MES e non si deve scappare dai titoli di Stato.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

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