Rischi di stagflazione frenano ipotesi di tassi al rialzo

Per le teorie keynesiane e post keynesiane non è possibile la presenza contemporanea, in un sistema economico, di stagnazione ed inflazione.

Ma spesso la realtà differisce dalla teoria e sul finire degli anni sessanta i principali sistemi economici occidentali furono caratterizzati, invece, proprio da un fenomeno, poi denominato stagflazione. Ossia compresenza di stagnazione ed inflazione.

Rischi di stagflazione frenano ipotesi di tassi al rialzo. Le spiegazioni del fenomeno

Come abbiamo detto, il fenomeno non era contemplato dalle teorie di scuola keynesiana.

Fu invece Milton Friedman a prevedere, prima ancora del suo sorgere, questo fenomeno, poi puntualmente manifestatosi nelle economie occidentali.

Le principali spiegazioni sono due.

In primis, la possibilità di uno shock esogeno, ad esempio un rialzo dei prezzi petroliferi come reazione di tipo politico, come avvenne in passato per contrastare le alleanze filo-israeliane.

Oppure per fenomeni interni, collegati ad una eccessiva circolazione monetaria, non supportata da un sufficiente tasso di sviluppo economico.

In questo caso, si determina un rialzo dei prezzi, conseguenti per un verso al fatto che, sotto il profilo dell’offerta di mercato, questa non consente una sufficiente distribuzione di beni o servizi.

Per altro verso, l’eccessiva circolazione di moneta comporta una svalutazione di questa, indotta da mancata crescita del sistema economico.

Conseguenze sulla politica economica

La stagflazione ha comportato significative conseguenze in materia di politica economica.

Il tentativo di contrastare l’inflazione con politiche restrittive si è rilevato spesso un errore, in situazioni caratterizzate da stagflazione. Proprio perché gli effetti recessivi di tale tipo di politica tendono ad una ulteriore difficoltà del sistema economico, con possibili ripercussioni sulle dinamiche dei prezzi.

La situazione attuale, in effetti, potrebbe tendere verso un rischio di questo tipo.

L’economia mondiale proviene da una contrazione, legata essenzialmente alla pandemia.

Nel tentativo di contrastare un rischio di perdurante stagnazione, si sono adottate politiche espansive che, a loro volta, hanno generato un incremento della base monetaria.

D’altra parte, restrizioni ed effetti recessivi della pandemia hanno comportato una fase economica negativa, con contrazione dell’offerta di beni e servizi.

Secondo il modello monetarista, proprio alcune delle condizioni che spingono verso dinamiche inflattive.

Le conseguenze sulle prossime decisioni delle banche centrali

A differenza della stagflazione degli anni sessanta, nell’attuale contesto è presente una sostanziale differenza.

Il fenomeno già è conosciuto e si è consapevoli di quali possono essere politiche sbagliate, per affrontare la situazione.

Per questo motivo, a proposito dei rischi di stagflazione che frenano ipotesi di tassi al rialzo, difficilmente le Banche centrali avvieranno una nuova fase di rialzi dei tassi che, per tutti i motivi sopra spiegati, lungi dal risolvere la situazione, rischierebbero invece di aggravarla.

Tanto più che il fenomeno inflattivo è interpretato in chiave monetarista, come legato prevalentemente ad una riduzione dell’offerta di mercato, a sua volta legata alla pandemia. Fenomeno che, quindi, viene interpretato come non strutturale, e che con la diffusione della campagne di vaccinazione, dovrebbe essere superato.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili qui»)

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