Recovery Fund: i nodi vengono al pettine?

Se un merito va attribuito al Recovery Fund, è sicuramente quello di spingere i governi europei a chiarire nel giro di alcuni mesi le loro posizioni in merito a temi da affrontare che, diversamente, sarebbero probabilmente stati rinviati sine die, per i nodi politici che sottendono.

Capita spesso, infatti, come abbiamo visto in questo articolo, che un esecutivo europeo sia basato sull’alleanza anche tra forze politiche appartenenti ad aree ideologicamente differenziate.

Ne consegue che spesso i programmi governativi si basino su elementi comuni, mentre su altri le decisioni tendono a non essere definite, ad essere rinviate sine die, proprio per non creare quei contrasti, che potrebbero mettere in crisi un esecutivo.

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Ora il Recovery impone strette tempistiche, alcuni mesi, per decidere cosa fare.

Ecco, quindi, che non potranno essere rinviate all’infinito questioni come giustizia, pensioni, investimenti, tasse.

La governance UE vuole sapere cosa i singoli stati intendano fare in relazione a questi ed altri temi, prima di elargire determinate risorse.

E questo vale anche per il nostro paese.

Anzi, a maggior ragione per l’Italia, considerata spesso sorvegliata speciale, soprattutto per la propria situazione in materia di conti pubblici.

Recovery Fund: i nodi vengono al pettine?

Ma come si può pretendere che ci siano dei programmi in grado di convincere l’UE, se neppure i singoli alleati di governo sono spesso concordi su di essi?

Un chiaro esempio di netta divergenza politica, sia tra le forze di maggioranza, che di opposizione, lo abbiamo visto nel voto del parlamento europeo su una mozione relativa al Mes.

Contro il Mes il voto delle attuali opposizioni, ma con l’eccezione di Forza Italia. A favore, nel governo, il PD, ma con voto contrario dei pentastellati.

Già di qui si può desumere una differenza di opinioni, che probabilmente ha contribuito a rinfocolare i dubbi dei mercati.

Se i partiti di maggioranza già ora sono su posizioni diverse, cosa potrà garantire le veloce approvazione di un convincente piano di riforme, che peraltro piaccia in sede UE?

Dubbio che non ha fatto attendere il proprio peso sui mercati.

La sostanza è la seguente: già talora è difficile trovare accordi su singoli temi nei governi nazionali. In questo caso è come se una questione dovesse trovare l’accordo sia di partiti nazionali, che di governi esteri.

Facile forse a dirsi, difficile a farsi.

I vari nodi delle riforme

Riforma è termine generico, che significa tutto e niente.

Ma che, invece, potrebbe rappresentare un nodo significativo per il governo.

Significa, infatti, confrontarsi su cosa fare in relazione a determinati temi.

Riformare significa genericamente cambiare, ma come?

Tra i principali nodi, che potrebbero essere oggetto di riforme, probabilmente in sede UE interessano principalmente i seguenti.

Pensioni e voci assistenziali di bilancio

Credo sarebbe gradito alla governance UE tutto quello che elimina o riduce certe voci di spesa, considerate espressione di un certo assistenzialismo.

Ma tra queste voci anche cavalli di battaglia, ad esempio, dei pentastellati, come il reddito di cittadinanza. Sarebbe quindi pronto il governo ad abolire riforme come questa o come quota 100, quest’ultima in anticipo sui tempi previsti? O a realizzare una netta riduzione di tutte le pensioni e degli stipendi, che ad esempio superano un certo limite?

Oppure alcune componenti politiche sarebbero contrarie e, più che alle risorse del Recovery Fund, preferirebbero guardare al corpo elettorale ed a come questo voterebbe in base alle decisioni prese dai politici?

Ed in questo caso, cioè in presenza di posizioni divergenti nella stessa maggioranza, cosa succederebbe?

Recovery Fund: i nodi vengono al pettine? Forseuna crisi?

La questione giustizia

Intanto, va osservato che è difficile pensare ad una giustizia in grado di funzionare correttamente, soprattutto in ambito penale, quando succedono situazioni che vedono coinvolte un’intera caserma dei carabinieri o violenze in carcere, come purtroppo i recentissimi fatti di cronaca evidenziano.

E questo, a prescindere dai contenuti di qualsivoglia riforma.

E, a maggior ragione a fronte di certi fatti e di una certa immagine della giustizia italiana, come la si vorrebbe riformare?

Anche solo il tema prescrizione sì o no ha già diviso la maggioranza di governo e quasi portato alla sua caduta.

Su questo terreno della giustizia si scontrano peraltro visioni forse ancora più divisive, che su altri temi, in particolare tra garantisti e giustizialisti, quindi sarà ben difficile trovare un’intesa.

Programmi di investimenti e riduzioni fiscali

Su questo tema le posizioni si sprecano, nella stessa maggioranza.

Chi favorevole, chi contrario e chi preferirebbe investire in infrastrutture. Chi, invece, ritiene preferibile una defiscalizzazione, soprattutto in determinati settori.

Una programmazione difficile

Certi programmi, in determinate materie, comunque non paiono direttamente produttivi di flussi finanziari in entrata o comunque questi non sono così agevolmente prevedibili.

Un conto è se si stima, ad esempio, che determinate infrastrutture, ad esempio nei trasporti, possano favorire il pil, da cui poi un incremento di base imponibile, con beneficio per le entrate pubbliche e per la sostenibilità, quindi, anche degli EuroBond.

Ben altro conto se si parla di una riforma della giustizia, che non si capisce bene quali effetti dovrebbe produrre in termini di precisi flussi finanziari, da considerare nella formulazione di un programma.

Insomma, la tipologia della programmazione richiesta dal Recovery Fund non è né semplice, né agevole da attuare. Neppure da parte di esperti di programmazione, che fanno questo di mestiere.

Un aneddoto interessante

Proprio ieri ho avuto modo di parlare con alcuni esperti di programmazione aziendale. E mi hanno detto che, francamente, un discorso come quello desumibile dal Recovery Fund, pare fatto quasi apposta per non consentire di avere programmi effettivamente formulabili, prima ancora che realizzabili.

Come si può, infatti, calcolare in termini di flussi finanziari quanto desumibile, appunto, da una riforma come quella della giustizia?

Le conclusioni

Recovery Fund: i nodi vengono al pettine? Un dubbio che sorge spontaneo

Parrebbe, quindi, che tutto il discorso del Recovery Fund sia dettato più da logiche finalizzate ad una retorica politica pro Ue, che da altro.

Come a dire che, nei fatti, le cose poi difficilmente potranno corrispondere a quanto idealmente previsto, ma intanto il tutto servirebbe a far apparire che l’Ue c’è. I mercati, che hanno sempre ragione, non dimentichiamolo, probabilmente si sono fatti le loro analisi e ne hanno tratto alcune conseguenze. All’insegna non dico della negazione a priori, ma di ciò che è possibile, ma difficile. Vedremo se i fatti daranno ragione a questi dubbi, e se, anzi, il tutto contribuirà soprattutto ad una ulteriore dialettica tra forze divergenti nella stessa maggioranza di governo, o se invece i mercati sono troppo pessimisti.

Del resto, su certi eventi che potrebbero essere considerati anche di portata storica, viene naturale dire: ai posteri l’ardua sentenza.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box“e “PLT

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