Rating, Cina e Fase 2: cosa aspettarsi?

Ieri sera l’agenzia Fitch ha ribassato il rating del debito pubblico italiano, portandolo ai confini dello speculative grade: quali prospettive?

Intanto la Cina potrebbe essere chiamata a rispondere di eventuali danni causati dal coronavirus: una prospettiva reale?

E tra confusione e pesanti critiche alle anticipazioni sulla fase 2, cosa attendersi dal governo e dal presidente del consiglio?

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Come notiamo, non mancano le novità riconducibili, direttamente o meno, al tema del coronavirus.

Questi ed altri interrogativi si affacciano alla ribalta della cronaca e delle analisi di questo periodo.

Cerchiamo quindi di esaminare i diversi temi, aiutandoci con questo breve indice:

  • Rating ribassato: quali conseguenze?
  • Confusioni e critiche sulla fase 2; riflessioni
  • Coronavirus e responsabilità legali cinesi: uno scenario realistico?

Rating, Cina e fase 2: cosa aspettarsi?

Affrontiamo questo articolato tema, partendo da cosa è successo ieri sera.

Rating ribassato: quali conseguenze?

In questo periodo diverse agenzie di rating stanno riesaminando il loro voto sul debito pubblico italiano. Ieri sera, a differenza di quanto deciso da S & P, Fitch ha preferito abbassare il suo rating verso l’Italia.

Al momento, questa decisione non dovrebbe comunque avere serie ripercussioni.

I nostri titoli possono godere dell’appoggio della BCE, che ha deciso di acquistare anche titoli sotto il livello di investment grade.

Ed infatti, almeno nel momento in cui scrivo, uno sguardo all’andamento del btp future segnala uno scarso impatto sulle quotazioni.

Peraltro, se anche la BCE non avesse deciso per tale opzione, comunque solo nel caso di un voto di più agenzie di rating, che avessero portato questo a livello di junk bond, sarebbe venuto meno l’appoggio degli acquisti della banca centrale.

Il ribasso del rating

Ma il ribasso del rating, anche se al momento con scarse conseguenze, non deve far dormire sugli allori.

Anzi, valga come monito al governo soprattutto per predisporre un piano B, nel caso in cui principalmente Germania e suoi paesi satelliti decidessero di vanificare il progetto di un recovery fund basato su finanziamenti a fondo perduto sul lato delle erogazioni, e su forme di comunione delle risorse, sul lato delle risorse.

Conte non può semplicemente definire una vittoria quanto sino a questo momento conseguito, dal momento che quel recovery fund è come un libro, il cui testo deve ancora essere deciso e formulato. Un cassetto dei sogni, che in futuro potrà conoscere contenuti paradisiaci, come incubi orrendi.

E, visto che sul lato delle pressioni alla Germania, non è che abbiamo chissà quali armi di convinzione, se non il fatto che l’economia europea è strettamente interdipendente, nelle relazioni tra i diversi stati, forse pensare ad un piano B non è poi un così cattivo consiglio.

Sempre meglio di chi, per ricordare un antico proverbio, preferisca dire gatto, quando ancora non ce l’ha nel sacco.

Intanto, ecco rifarsi viva un’antica idea teutonica

Che la Germania sia poco incline a sentirci, da un certo orecchio, viene confermato anche dalla circostanza che in questi giorni è tornata a circolare, qua e là su qualche pubblicazione tedesca, l’idea di una megapatrimoniale.

L’idea parte dalla constatazione delle consistenze patrimoniali italiane, per arrivare a proporre addirittura una tassazione del 14 per cento.

Diciamolo subito e senza infingimenti, caso mai i tedeschi, Merkel in testa, fingessero di non capire il messaggio: proposta assolutamente assurda e degna di persone totalmente ignoranti in materia finanziaria. Sarebbe come la medicina che magari annulla la malattia, ma in un modo particolare, uccidendo il malato.

Certo, questa percentuale, da un punto di vista meramente finanziario, arriverebbe a portare il rapporto debito/pil italiano circa al 60%, ma poi cosa ne sarebbe dell’economia?

Se è evidente che la politica economica da attuare deve essere espansiva, non ci si può poi palesemente contraddire, affermando il contrario.

Domandare nuove formule per le risorse finanziarie da stanziare a livello europeo, significa infatti aver ben chiara la necessità di politiche espansive, e quindi non si può certo fare come colui che un giorno dice che bisogna stare a dieta, ed il giorno dopo che invece è preferibile mangiare come Gargantua e Pantagruele.

Cosa dovrebbe fare Conte?

Conte ed il governo dovrebbero però fare la loro parte.

Soprattutto evitare incertezze ed esitazioni, come quelle relative alle comunicazioni sulla fase 2 (vedi nel prosieguo).

In particolare, dovrebbero proprio precisare, senza dare per scontata una accettazione delle loro proposte al prossimo meeting europeo, cosa intendono fare, nel caso in cui le cose non vadano per il meglio.

La mia idea l’ho già detta, e si basa su qualcosa di molto concreto.

Se un’impresa è messa male, dal punto di vista debitorio, tenta una ristrutturazione del debito, senza passare per il sacrificio dei creditori.

In altri termini, tenta di spostare il debito dal breve al medio e lungo termine, e spesso questa operazione riesce, tanto che in diversi casi assistiamo, con operazioni di questo tipo, anche ad un netto miglioramento della curva dei rendimenti obbligazionari della società emittente, nel caso di imprese che abbiano usato questo strumento finanziario. Appunto cercando di emettere strumenti di debito rimborsabili nel lungo termine, in modo da riallocare le scadenze in modo decisamente più sostenibile.

Rating, Cina e Fase 2: l’indebitamento dell’Italia

Ecco, quindi, che forme di indebitamento non dico irredimibili, ma a lungo termine, potrebbero consentire anche a severe agenzie di rating di non dare giudizi troppo approssimativi, ed intanto al normale alternarsi delle fasi economiche, di consentire uno sviluppo, che tenda a riequilibrare la situazione anche in senso anticiclico.

Ma poi, vorrei dirlo senza particolari intenti polemici, nel giudizio di queste agenzie pesa anche molto l’atteggiamento di chi è alla guida del paese.

Un conto è sapere dimostrare che si sa quello che si fa e dove andare a parare, appunto tramite piani B, nel caso le cose non vadano nella direzione sperata.

Altro conto è comunicare l’immagine di chi punta invece tutto solo in una direzione, che dipende non solo da se stessi, dando per scontato che gli altri dicano sì per forza.

O di chi afferma che più di così non si poteva fare e, a fronte dei rilievi critici di una giornalista, sa solo rispondere che se al suo posto, di presidente del consiglio in carica, un giorno sarà questa giornalista ad assumere la carica di capo del governo, sarà lei a vedere quali testi approvare e cosa decidere.

Non c’è che dire. Un atteggiamento a dir poco arrogante, forse, per carità, dettato anche dalla stanchezza dei molteplici impegni e dalla tensione del periodo, ma senza quella sensibilità che, a mio modesto avviso, dovrebbe caratterizzare la posizione di chi al governo di uno stato democratico.

Sempre che siamo ancora in una democrazia ed in uno stato di diritto.

Ma a proposito della fase 2, non sono certo mancate critiche e tensioni, tema in parte già affrontato da parte mia qui.

Confusioni e critiche sulla fase 2: riflessioni

Le critiche che ho espresso nell’articolo di ieri, ed in altre occasioni, all’operato del governo, sono state in buona compagnia.

Al netto di manifestazioni, più ovvie, da parte dell’opposizione, non sono mancate critiche, all’annuncio della cosiddetta fase 2, neppure in seno alla maggioranza.

Il che conferma come certi miei personali rilievi critici, siano poi in realtà quanto oggetto di diffuse perplessità e riflessioni.

Ne possiamo distinguere due diversi tipi.

Intanto quelle più generali, che evidenziano l’insufficienza di una prospettiva economica, realmente idonea a rilanciare il paese.

Diversi esponenti, soprattutto renziani, ovviamente Renzi in testa, ma anche i ministri Bellanova, capo delegazione di Italia viva al governo, ed anche renziani rimasti nel PD, come la ministra Bonetti o Andrea Marcucci, hanno sollevato il dubbio che l’Italia non potrà riprendersi, senza quella effettiva apertura, che pareva nelle cose, e che poi Conte ha smentito. Pare che qualcuno, quasi sicuramente la Bellanova, ma poi anche altri, abbia sbattuto addirittura i pugni sul tavolo, come a dire: ma allora, questi provvedimenti sono concordati, oppure Conte fa di testa sua, consultandosi forse più con le ormai note commissioni tecniche, invece che con i suoi ministri ed alleati?

Insomma, la preoccupazione di politici per la situazione economica, ma che già riecheggiava nel detto popolare di questo periodo: morire di decreti o morire di fame.

In effetti, come dicevamo nell’articolo di ieri, basti considerare come le norme che bisognerebbe rispettare, siano ben poco compatibili, per usare un eufemismo, con la possibilità di molte attività di poter riaprire nell’ambito di un quadro di sostenibilità economica.

Le visite ai congiunti

Un secondo tipo di critiche riguarda invece gli aspetti più propriamente giuridici. Come il far riferimento a visite ai congiunti. Ed a tale proposito alcuni sindaci, riprendendo la mia osservazione di ieri, giustamente facevano osservare che non si capisce come dovrebbero avvenire i relativi controlli.

Mandando nelle case organi accertatori (in palese violazione della normativa di legge, vedi mio articolo di ieri, e forse commettendo reato di abuso in atti d’ufficio? Ma Conte non era professore di diritto ed avvocato….e non sa certe cose? C’è da restare allibiti, non vi pare?).

A questi dubbi, perplessità e domande, Conte per lo più pare non abbia saputo rispondere, probabilmente perché egli stesso non conosceva le risposte.

Ecco, direi che anche come immagine del paese ci vuole ben altro.

Considerando che Conte è anche un avvocato, userei questa immagine. Un avvocato onesto, se non conosce una determinata materia, è preferibile lo dica chiaramente al potenziale cliente che gli propone una pratica proprio in quella materia. Del resto, per vincere una causa, occorre prima aver esaminato professionalmente le varie questioni, leggi, normative, giurisprudenza sul punto. E se non si desidera ingannare il cliente, solo dopo tale disamina gli si potrà dire quali siano le reali possibilità di esito vittorioso nel procedimento giudiziario che si vorrebbe intraprendere.

I dubbi su Conte

Conte pare in questa occasione più come colui che si è trovato in mezzo a qualcosa di cui capisce poco. Ma se sotto il profilo scientifico è ovvio (non è un medico), giuridicamente la cosa è decisamente meno giustificabile.

D’accordo, non è che i politici siano sempre loro a formulare testi normativi e quant’altro. Altrimenti dovrebbero avere competenze superiori al più preparato dei giuristi italiani. Anche i tecnici dei diversi ministeri che elaborano i testi da inserire in decreti e norme non hanno competenze sufficienti su qualsiasi materia, e quindi intervengono tecnici diversi in materie diverse.

Per la formulazione tecnica c’è il Dagl, dipartimento affari giuridici e legislativi. Ma si auspica che gli stessi tecnici e poi, in fase di esame, sia pur sommario e magari comunicato riassuntivamente da parte dei tecnici ai politici, del testo delle normative proposte, almeno un giurista come Conte si rendano conto dei possibili rilievi critici. A partire da quelli relativi almeno alla legge 689/1981, visto che è la principale normativa in materia di illecito amministrativo.

Soprattutto mi auguro una cosa: in questo periodo abbiamo assistito a comportamenti e normative, che paiono in palese contrasto sia con la Costituzione, che con norme di legge ordinaria. Come il vietare la celebrazione di culti religiosi pubblicamente o lo svolgere accertamenti senza le condizioni richieste dalla legge.

Ci si augura un ritorno a forme di rispetto delle normative di legge ordinarie e costituzionali. Perché anche il mancato rispetto di queste fornisce l’immagine di un paese nella direzione dello sbando e della deriva antidemocratica.

Conte ne è consapevole? Mi auguro di sì.

Coronavirus e responsabilità legali cinesi: uno scenario realistico?

In questo periodo si è anche sostenuta la tesi di un virus creato ad hoc nei laboratori cinesi.

Non si sa come stiano effettivamente le cose. Potrebbe anche darsi che non si tratti di creazione in laboratorio, ma virus forse usato per esperimenti. E poi, in qualche modo, sfuggito al controllo, sia esso oggetto di manipolazione in laboratorio o naturale.

Comunque si aggiungono a tali ipotesi i rilievi su responsabilità, quanto meno legate alla scarsa trasparenza e tardiva comunicazione in materia di covid 19.

Aggiungiamo anche che molti di coloro che, a titolo individuale, in Cina avevano cercato di lanciare un alert su una prossima pandemia, guarda caso sono scomparsi nel nulla.

La domanda di fondo è quindi la seguente: sarebbe possibile portare davanti ad una corte la Cina per domandare un risarcimento danni?

Questa è un’ipotesi avanzata in questo periodo da diversi analisti, ma anche da giuristi ed osservatori politici.

La risposta non può che essere duplice.

Il chiamare uno stato a rispondere di presunte responsabilità è possibile.

Basti considerare le diverse normative che, a livello internazionale, o statale, disciplinano la materia. In Italia, ad esempio, un cittadino potrebbe domandare un risarcimento allo stato.

E ci sono già stati casi in cui organi giudiziari di uno stato abbiano chiamato in causa altri stati. Attualmente si stanno predisponendo delle class actions, in primis negli USA, per chiamare la Cina a rispondere dei danni provocati da coronavirus. Quanto meno per occultamento di informazioni e forme di responsabilità almeno a titolo di colpa, anche se taluni non escludono si riesca a reperire materiale probatorio a sostegno della tesi dell’arma batteriologica.

Ora, va chiarito quindi che, in base alle diverse leggi applicabili dalle diverse autorità giurisdizionali, chiamare in giudizio uno stato è ovviamente possibile.

Ma questo non significa che lo stato chiamato in causa si costituisca in giudizio. E soprattutto, che poi sia effettivamente obbligato ad adempiere ad eventuali provvedimenti contro il medesimo. In altri termini, non pare vi siano strumenti idonei a realizzare una efficace azione esecutiva.

Ipotizziamo che la Cina venga condannata, ad esempio da una corte USA, a risarcire dei danni.

E se non adempie, cosa si fa?

Si va a bussare alla porta del partito comunista cinese, per domandare se cortesemente voglia riconoscere i danni, di cui la corte abbia ritenuto responsabili gli organi dirigenti?

Francamente, non credo proprio.

Peraltro la Cina è anche una potenza militare, anche atomica, ed avrebbe ben altri argomenti, che non quelli giuridici, da opporre a chi ritenesse di volerla spingere all’adempimento di eventuali verdetti o sentenze.

Probabilmente, lo scenario sarebbe il seguente: o neppure si costituirebbe, e mai risponderebbe ad eventuali input, compresi quelli di organi giudiziari o di autorità anche politiche di altri stati.

Oppure, volendo assumere un atteggiamento maggiormente diplomatico, si limiterebbe ad inoltrare una propria comunicazione, per affermare soprattutto due punti. Intanto negherebbe, come peraltro ha già fatto, qualsiasi coinvolgimento in eventuali responsabilità da coronavirus. Inoltre affermerebbe che non riconosce la giurisdizione di un’autorità giudiziaria sul proprio operato, e la cosa si chiuderebbe qui.

Insomma, come in tutti quei casi in cui un creditore ottiene una sentenza di condanna per inadempimento verso il debitore. E senza prima aver accertato se quest’ultimo abbia i mezzi per corrispondergli quanto dovuto.

A proposito di rating, Cina e fase 2, la sentenza ci sarebbe, ma poi altro non rimarrebbe, come si usa dire, che appenderla al muro.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

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