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Quando inizierà e quando durerà la prossima crisi economica in Usa? Indicatori a confronto

In molti si domandano, in questo periodo, quando inizierà la prossima crisi economica statunitense, soprattutto a fronte di una curva dei rendimenti sempre più appiattita.

L’esperienza ci insegna che proprio la curva dei rendimenti obbligazionari su diverse scadenze, di un medesimo emittente, rappresenta uno degli indicatori più attendibili per proiettare fasi di crisi o di espansione economica.

Per uno stato, per un paese, il riferimento è essenzialmente quello proveniente dalle indicazioni dei titoli di stato.

A curva decrescente corrisponde una proiezione economica ribassista, e viceversa in caso di curva rialzista.

Ormai da diverso tempo la curva statunitense si presenta come sempre più appiattita, a proiettare una visione stagnante dell’economia.

Dobbiamo però dire che nel tempo sia enti federali ed istituti di ricerca, che analisti indipendenti, hanno cercato di elaborare indicatori alternativi, sia di tipo anticipatore, che confermativo.

Tali indicatori sono costruiti considerando un certo numero di variabili economiche, quali l’indice di fiducia dei consumatori, il tasso di occupazione, il livello dei debiti, tra loro combinati tramite medie mobili ponderate, cioè medie mobili in cui si conferisce un peso diverso ai diversi fattori.

Ma qual’ è l’efficacia di tali indicatori?

Diversi studi dimostrano che è decisamente inferiore rispetto a quella della curva dei rendimenti, per diversi motivi.

Intanto perché ogni ente o analista può costruire un proprio indicatore, pesando diversamente questi elementi.

Inoltre, a seconda di come vengono costruiti, tali indicatori spesso offrono visioni contrastanti, proprio perché fattori diversi spesso vanno in direzioni diverse.

Senza peraltro dimenticare che alcuni di tali elementi non indicano la reale situazione economica, potendo a loro volta essere costruiti senza considerare certe variabili.

Basta considerare un elemento come il calcolo della disoccupazione.

E’ sufficiente lasciar fuori certe componenti, che possiamo dire che sia in aumento, piuttosto che in diminuzione.

Proprio per tutti questi motivi, non è raro trovare diversi di questi indicatori compositi, basati su medie mobili ponderate di diversi elementi, che proiettano spesso quadri tra loro contraddittori, e lo stesso dicasi degli indicatori di conferma.

Proprio anche per questo motivo, un confronto con l’efficacia previsiva della curva dei rendimenti indica una superiorità statistica di quest’ultima.

Ma se la curva dei rendimenti ha tale capacità previsiva, un altro elemento da considerare sono i mercati azionari che solitamente, da sei mesi ad un anno, anticipano periodi di recessione o di espansione economica.

Può quindi risultare utile considerare dove si trovano S&P 500 e Nasdaq ciclicamente.

Entrambi i mercati sono nel terzo sottociclo di un ciclo di lungo termine rialzista, fase che sul Nasdaq dovrebbe terminare entro il luglio 2018, per poi dare vita ad una fase ribassista sino a febbraio 2020, mentre sullo S&P 500 la fase rialzista dovrebbe chiudersi entro ottobre 2018, con successiva fase ribassista che dovrebbe trovare un bottom attorno a giugno 2020.

Questo non significa individuare dei setup, ma solo indicare quanto dovrebbero, in linea di massima, durare le sottofasi cicliche.

E del resto, proprio il fatto di trovarsi nel terzo sottociclo, implica una visione come quella appiattita della curva dei rendimenti, che dovrebbe preludere ad una fase distributiva di borsa.

Quanto all’economia, quindi, possiamo dire che tra la metà e la fine del 2019 dovrebbe cominciare una vera e propria fase recessiva, mentre la ripresa è prevista tra la fine del 2020 e la metà del 2021, considerando uno slittamento in avanti da sei mesi ad un anno rispetto ai cicli di borsa.

Quella attuale si presenta, invece, come una fase di appiattimento, a discapito delle indicazioni provenienti dagli indicatori di enti e di analisi, appartenenti alla categoria delle medie mobili ponderate.

Del resto, se vi fosse proprio tutta questa significativa espansione economica, dovrebbe, di pari passo, essersi accresciuta la base imponibile degli USA, consentendo quanto meno di finanziarie le attività correnti più rilevanti e di evitare il cosiddetto shutdown, ma evidentemente le cose sono andate diversamente, e senza ricorso all’indebitamento la macchina amministrativa si è ancora una volta bloccata.

Il che la dice lunga anche sulle ipotesi di riforma fiscale che, nonostante l’ottimismo comunicato da parte dell’esecutivo, non è affatto scontato che avrebbe risultati espansivi, e tali da consentire un autofinanziamento della riforma stessa.

A sua volta, del resto, lo stesso shutdown ha un impatto negativo sul Pil USA, e quindi a sua volta segue una concatenazione di tipo causa-effetto-causa, per cui alla fine i mercati obbligazionari, anche probabilmente per questo motivo, hanno nel tempo ristretto gli spread sulle diverse scadenze dei titoli di stato, proprio prevedendo quell’effetto livellatore, che pare si stia già manifestando.

In altri termini, lo shutdown non ha un effetto immediato sui mercati, ma lo ha sulle disponibilità liquide del sistema economico americano con effetti sulla stima del futuro Pil, ed è anche per questo che i mercati ora non sono negativamente influenzati, rinviando al futuro le conseguenze dell’attuale situazione.

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Secondo me con i metodi di Gian Piero Turletti si può avere sia una visione anticipata di quello che poi capiterà sui mercati, sia segnali trend following, di conferma, desunti dai metodi stessi.
Cimatti Mario Marco

Quando inizierà e quando durerà la prossima crisi economica in Usa? Indicatori a confronto ultima modifica: 2018-01-22T08:13:13+00:00 da Gian Piero Turletti
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