Quando il lavoratore vince la causa grazie alle faccine emoticons

Un focus per capire quando il lavoratore vince la causa grazie alle faccine emoticons.

Tutti sappiamo che, con il termine emoticon o emoji, ci si riferisce alle faccine, ormai divenute compagne inseparabili della messaggistica. Quindi in un’epoca, come la nostra, in cui si tende a ridurre tutto al minimo essenziale, si fa un gran ricorso a queste riproduzioni stilizzate che rimandano alle emozioni. Una gamma, peraltro, che si sta facendo sempre più corposa. Tanto che alle volte si è pure in dubbio sul significato sotteso alle faccine di nuova generazione. E quindi forza a consultare le tabelle esplicative, per evitare fraintendimenti. Ma tra amici, in caso di gaffe, poi in un modo o nell’altro ci si spiega. Tutt’altro discorso invece va fatto quando queste faccine dovessero rientrare nelle conversazioni che ci si scambia tra colleghi di lavoro o addirittura con il capo. Vediamo dunque quando il lavoratore vince la causa grazie alle faccine emoticons.

Il fatto

Il caso di specie, vale a dire giudicato con sentenza n.237 del 7 gennaio 2019, si è originato dall’accusa mossa dal datore di lavoro ad una sua lavoratrice. La signora in questione avrebbe espresso dei pesanti insulti rivolti al capo nel corso di alcune conversazioni tra colleghe. Ai commenti negativi nei confronti del datore di lavoro, si alternavano anche delle emoticons di diversa natura e battute di vario tipo. Venuta a conoscenza dell’accaduto, la società datoriale aveva fatto scattare il licenziamento per giusta causa. La donna, però, non si è data per vinta e ha impugnato il licenziamento.

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Il luogo del commesso delitto

Il punto peculiare dell’intera vicenda è che questa conversazione non avveniva né in presenza del datore di lavoro, né alla presenza fisica delle colleghe.Ma in chat. Quindi il luogo della commissione del presunto reato era il luogo virtuale della chat. Diversamente si sarebbe potuto parlare di diffamazione o ingiuria, a seconda che la persona offesa fosse assente o presente. Insomma, in buona sostanza, il gruppo in origine doveva avere la funzione di agevolare i lavoratori nell’organizzazione dei turni lavorativi. Poi però il medesimo gruppo era diventato, come spesso accade, anche una sorta di salotto virtuale dove parlare e “sparlare”.

Conversazione via chat

Il Tribunale di Parma, nel decidere della vertenza, ha accolto le ragioni della lavoratrice. E questo per due fondamentali ordini di ragioni. Innanzi tutto, il giudice ha ricondotto questo particolare tipo di conversazone via chat alla sfera della comunicazione privata. E pertanto segreta e tutelata dall’art.15 della Costituzione. In secondo luogo, veniva dato un rilievo significativo al contesto in cui avveniva la conversazione.  Per cui, trattandosi di scambi di battute alternate da faccine per lo più ironiche, questo forniva il destro al giudice per considerare il tono del discorso più canzonatorio che offensivo. Ecco dunque quando il lavoratore vince la causa grazie alle faccine emoticons.

Come a dire che una certa  pesantezza delle parole veniva mitigata dal tono ridanciano e spiritoso delle emoticons utilizzate. Lunga vita dunque alle emoticons che allentano il grigiore delle conversazioni in bianco e nero. Ma dopo questa ed altre sentenze, è bene sapere che le cosiddette “faccine” si possono anche rivelare delle “amiche” nel momento del bisogno. Quantomeno, nel caso di specie, dal punto di vista della lavoratrice. Magari di tutt’altro avviso sarà il datore di lavoro. Infatti, si è ritrovato a dover “ingoiare il rospo” quando il giudice ha annullato il licenziamento. In tal modo gli ha quindi imposto di riprendere la dipendente, dotata, quantomeno, di un grande sense of humour.

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