Prezzi fermi, borse ferme e Fed al freno?

Basteranno prezzi e borse ferme a frenare la FED?

Il 70% degli operatori di mercato si è ormai convinto che la FED abbia rinunciato a nuovi rialzi dei tassi nel 2019.

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In effetti anche dal fronte dei prezzi oggi viene un incoraggiamento in questa direzione, vediamo:

Tabella dati macroeconomici

    USD Indice principali prezzi al consumo (Mensile) (Dic) 0,2% 0,20% 0,2%
    USD Indice principali prezzi al consumo (Annuale) (Dic) 2,2% 2,20% 2,2%
    USD Indice dei principali prezzi al consumo (Dic) 260,03   259,48
    USD IPC (Annuale) (Dic) 1,9% 1,9% 2,2%
    USD IPC (Mensile) (Dic) -0,1% -0,1% 0,0%
    USD IPC, non destagionalizzato (Dic) 251,23 251,10 252,04

Possiamo notare praticamente tutti i dati sui prezzi in linea con il consensus.

Consensus tra l’altro posizionato in una fascia storicamente bassa.

Quindi sul fronte della lotta all’inflazione la FED potrebbe davvero starsene tranquilla.

La FED non si occupa soltanto di prezzi ed inflazione

Sappiamo però che la mission della FED non riguarda soltanto il controllo dell’inflazione.

A differenza della BCE la Banca Centrale Americana ha un vero e proprio ruolo di affiancamento alla Presidenza ed al governo nella guida e nel sostegno dell’economia a stelle e strisce.

E qui sta il vero punto di domanda.

Se i dati economici correnti si mantengono buoni ma è atteso un rallentamento significativo, la FED avrebbe tutto l’interesse a sfruttare questa fase in cui anche gli orsi di borsa paiono calmierati per alzare un altro pochetto i tassi di interesse.

In modo da potere poi utilizzare la leva dei tassi più e più volte per contrastare la crisi.

Il potere abnorme assunto dalle politiche monetarie

La questione però non è così semplice.

Il QE ha cambiato il modo di ragionare

Le manovre sui tassi hanno sempre avuto riverberi importanti sia sull’economia (positivi) che sulle borse (negativi dopo i primi rialzi, positivi dopo i primi ribassi).

Quello che è successo dopo l’introduzione del QE nell’ultimo decennio è che il condizionamento che l’andamento dei tassi ha sui mercati azionari è, se possibile, ancora più lievitato.

Perché? Di fatto il QE ha tolto di mezzo la componente obbligazionaria dai portafogli azzerandone i rendimenti.

Ora è chiaro che se alzi i tassi inevitabilmente anche i bond tornano ad offrire rendimenti positivi a zero rischio.

Ergo denaro che esce dalle borse.

Ergo la FED dovrà capire se il livello attuale è sufficiente per contrastare una futura crisi.

Considerando l’impatto che anche solo una ipotesi di non agire ha avuto nel frenare l’emorragia di borsa si potrebbe pensare di sì.

Considerando i livelli da cui partirono i tagli per contrastare la crisi sub-prime, la risposta è no.

Per questo Powell e Co. staranno interrogandosi per capire se dovranno affrontare un semplice rallentamento o una vera e propria crisi di grande portata.

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili QUI»)

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