Politica e debito pubblico: come stanno veramente le cose

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In questi giorni stiamo assistendo a quella che potremmo considerare l’ennesima sceneggiata sulla questione del debito pubblico.

Alcuni Paesi, prendendo a pretesto la questione dello Stato di Diritto, vorrebbero forse invalidare quanto già deciso sulle risorse del Recovery Fund.

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Da parte sua, l’attuale commissario, ed ex premier italiano Paolo Gentiloni, fa un richiamo alla questione delle necessità di proseguire, per il futuro, su una traiettoria di discesa del debito, evidenziando l’eccezionalità di una politica di deroga ai parametri europei.

Invece, l’attuale ministro all’economia, Gualtieri, evidenzia la necessità di una crescita economica consistente.

Dove sta la verità?

Politica e debito pubblico: come stanno veramente le cose

Per rispondere a questa domanda, la intendiamo, intanto, come coerenza tra quanto dichiarato e quanto realizzato da diversi esponenti politici. Sussiste realmente tale coerenza?

Inoltre ci domandiamo quale sia la reale efficacia di certe politiche.

Sinora occorre dire che sono Stati solo due gli esecutivi, durante i quali il debito pubblico italiano non si è incrementato. I governi Tambroni e Zoli, che sono durati complessivamente 529 giorni.

Ma, a parte tale parentesi, ormai lontana nel tempo, risalente al periodo tra ultimi anni cinquanta ed inizio degli anni sessanta, tutti gli altri governi hanno conosciuto un incremento del debito.

È peraltro interessante notare come soprattutto coloro che esprimono opinioni su cosa si dovrebbe fare, in qualità di esperti o di politici, noti per il loro rigore, poi alla prova dei fatti siano stati coloro, sotto i cui esecutivi il debito è maggiormente cresciuto.

Infatti ecco una tabella di chi sta in cima alla classifica degli esecutivi con la maggior crescita di debito pubblico:

rapporto tra politica e debito pubblico

Troviamo Amato, noto per la sua patrimoniale sui conti correnti.

Ma anche Monti, ex commissario europeo e divenuto Presidente del Consiglio proprio per tentare di mettere i conti sotto controllo.

Ma anche Gentiloni, che pure in questi giorni, in veste di commissario, un richiamo al rigore ha voluto farlo.

Prime conclusioni

Se i numeri non sono un’opinione, vien da pensare che siano errate, probabilmente, le cosiddette ricette di questa scuola di pensiero. E riconducibili a quello che possiamo definire rigorismo.

Possibile infatti che tutti sbaglino ad applicarle?

Probabilmente no. Molto più probabile che siano le ricette, in quanto tali, ad essere errate.

Quali alternative?

Da quanto sopra esposto pare quindi che il rigore non sia il miglior viatico per la sostenibilità del debito pubblico.

D’altra parte, l’alternativa di puntare su politiche espansive della crescita non sempre è così agevole, soprattutto in fasi come l’attuale.

In sistemi extra UE hanno probabilmente trovato una terza via, come risulterebbe da analisi condotte sul confronto tra incremento della massa monetaria e del debito.

Stampare il denaro che serve, senza correlarlo all’emissione di nuovo debito.

All’insegna del vecchio detto “si fa, ma non si dice”.

Chissà che, a parte Svizzera, Giappone ed USA, dove pare che questa nuova politica monetaria abbia preso piede, non trovi poi applicazione anche nell’ambito dell’eurozona. Quando poi questa giunga alla conclusione del fallimento di politiche ormai desuete ed anticicliche.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

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