Perché paghiamo ancora commissioni troppo alte sui fondi comuni italiani

I risparmiatori che non sono soddisfatti di perdite o bassi rendimenti riscossi attraverso l’investimento in fondi comuni italiani, dovrebbero andare a rileggere i documenti che hanno firmato. Erano pagine e pagine, stampate in caratteri piccoli. C’è scritto molto chiaramente che chi investe paga commissioni a intermediari e gestori e a quanto ammontano.

Spieghiamo oggi, Noi del Team di Esperti di Risparmio di ProiezionidiBorsa, i rischi di mercato che si assumono gli investitori in fondi che non leggono e non riflettono prima su questi costi. E perchè non devono lamentarsi ora.

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Gli italiani hanno perso 84 miliardi di euro

Perché paghiamo ancora commissioni troppo alte sui fondi comuni italiani? Nell’ultima indagine su Fondi e Sicav italiani stilata dall’ufficio studi di Mediobanca si legge che ammontano a ben 84 miliardi di euro le perdite subite dai risparmiatori che li hanno sottoscritti.

I gestori di tali fondi non hanno saputo ottenere un rendimento consistente e talvolta neanche migliore dell’indice di riferimento che si erano impegnati a battere. Dunque, il cliente si è ritrovato a pagare spese salate per magri guadagni. Oppure subiscono perdite consistenti.

Perché una volta pagate le commissioni, il suo profitto si è azzerato. O è diventato addirittura negativo. Vediamo una volta per tutte cosa sono queste spese. Vengono prelevate direttamente e non le controlliamo mai. Ma siamo stati noi ad autorizzare la banca a farlo.

Perché paghiamo ancora commissioni troppo alte sui fondi comuni italiani

Prendiamo, ad esempio, un fondo a gestione attiva. Un gestore seleziona i titoli da inserire nel paniere puntando a ottenere un buon rendimento. Dunque, le prime commissioni che ci scalano sono le sue: le commissioni di gestione.

Poi ci sono le commissioni di distribuzione, spettano alla banca che ci vende il fondo. Ed ecco ora le commissioni di ingresso. Anche queste spettano alla banca che ci vende il fondo, che istruisce la pratica

Poi ci sono le commissioni di rimborso o uscita: anche queste vanno alla banca. Le commissioni di gestione e di distribuzione sono spesso raggruppate in una voce unica, “spese correnti” o TER (Total Expense Ratio). Ma non finisce qui.

Le commissioni di performance

Quando il fondo guadagna, il gestore si prende una parte degli utili da tutti i clienti. È la commissione di performance. Quando il fondo perde, invece, le perdite restano tutte a carico dei clienti. Questa modalità è spiegata chiaramente nel prospetto informativo del fondo. Siamo noi che non leggiamo. Se lo facessimo, potremmo scoprire che le commissioni di ingresso sono per esempio pari al 4% dell’importo investito (se tramite piani pluriennali) o del 3% per importi investiti in unica soluzione.

E scopriremmo che ci sono spese correnti annuali pari al 3% e più. Dunque, se il mercato azionario in un anno sale del 7% -9%, tolte queste spese, ci ritroviamo in mano un profitto magro, al 2%. Se il mercato scende e il fondo non va in controtendenza, i nostri numeri scendono.

Non incassiamo profitti perché ce li mangiano le commissioni. Magari andiamo pure in rosso, grazie alle spese. Se i risparmiatori leggessero bene prima di firmare, potrebbero decidere di investire di più su altro: Btp, immobili, lingotti d’oro, quadri d’autore, a piacere. Dulcis in fundo: i fondi comuni e le gestioni patrimoniali, oltre alle commissioni pagano anche la ritenuta fiscale. Quindi c’è pure un’altra spesa prima di incassare.

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