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Perché le tasse in Italia ci mantengono in recessione da oltre 20 anni?

Perché le tasse in Italia ci mantengono in recessione da oltre 20 anni? Negli ultimi 20 anni le entrate fiscali sono aumentate. Per la precisione di 166 miliardi di euro. Nel 2000 Fisco ed enti locali avevano incassato 350,5 miliardi di euro. Questa cifra nel 2019, a prezzi attuali, è diventata 516,5 miliardi. Qualcuno può dire con totale certezza che ci siano stati dei miglioramenti? Che grazie a 166 miliardi di tasse in più in questi ultimi 20 anni la macchina dello Stato sia migliorata? In altre parole, che le cose vadano meglio?

Che giustizia, sicurezza, trasporti nazionali e locali, infrastrutture, sanità e istruzione siano oggi più efficienti del 2000? Eppure famiglie e imprese hanno dovuto pagare di più. Ed hanno ricevuto dallo Stato sempre meno. Il conto lo hanno pagato, e salato, i contribuenti italiani. I vantaggi, invece, sono andati soprattutto all’Erario. E, in parte davvero ridotta, a Regioni ed enti locali.

In questi 20 anni il PIL italiano è l’unico dell’Eurozona che non sia cresciuto, in termini reali. La produzione industriale è immobile, con Confindustria che lo denuncia costantemente. La disoccupazione, che era scesa sotto il 10%, è risalita. Ed è nettamente superiore al 7,7% di media dell’Unione Europea. Questo per colpa, in massima parte, dell’enorme pressione fiscale. Che non viene abbassata, ma che deve esserlo, se vogliamo sperare in una vera ripresa. Abbassamento che deve esserci soprattutto per le aziende. Che sono le uniche a generare vera ricchezza, assumendo personale e producendo beni e servizi.

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Perché le tasse in Italia ci mantengono in recessione da oltre 20 anni?

Un altro esempio? La Borsa italiana è una delle più indietro, in termini assoluti e relativi, come valutazioni. Dal picco del 2000, prima dello scoppio della bolla delle dot.com, la Borsa perde ancora il 42,58%. Dopo 20 anni. Considerate che, sul lungo termine, le Borse riflettono sempre le economie sottostanti. Capite perché la Borsa italiana sia ancora così sotto ai propri massimi storici? Non a caso diversi commentatori hanno chiamato questi ultimi 20 anni il “ventennio perduto”.

Nell’immaginario della collettività si è diffusa un’idea, a causa delle tasse. L’idea che in questi ultimi anni governatori e sindaci sarebbero diventati, loro malgrado, dei nuovi esattori. Quasi dei gabellieri. Mentre lo Stato centrale avrebbe diminuito la pressione del Fisco verso i contribuenti. In realtà le cose sono andate in modo diverso. E’ vero che negli ultimi 20 anni le tasse locali sono aumentate del 37,1%. Ma quelle che sono entrate nelle casse dell’amministrazione centrale sono cresciute del 49,3%. Ragioniamo quindi in termini assoluti. Dalle regioni e dagli enti locali abbiamo ricevuto un peggioramento fiscale di 20,3 miliardi. Ma il peso del fisco nazionale è salito di una cifra monstre. Pari a 145,7 miliardi.

Diciamolo con altre parole. Se dal 2000 le tasse locali hanno cominciato ad aumentare, quelle dell’erario sono esplose. Con un solo risultato. Che i contribuenti italiani sono stati costretti a pagare sempre di più. Denaro che manca alle tasche degli italiani. Soldi che sono finiti nella complessità burocratica della macchina amministrativa e giudiziaria. Che, con le sue inefficienze, rallenta e ferma la crescita.

L’autonomia differenziata

Le tasse prodotte in una regione devono rimanere in loco? Questione molto annosa. In questi ultimi anni il tema dell’autonomia differenziata è stato vissuto come una specie di guerra tra Nord e Sud. Invece è una partita che si gioca tra il centro e la periferia del Paese. Una maggiore autonomia equivale a ad una maggiore responsabilità. Ed è palese che i risparmi e il gettito prodotto in più devono rimanere, in massima parte, là dove sono generati. A loro volta, le realtà territoriali più sviluppate dovranno comunque aiutare chi è in difficoltà. Ovviamente applicando il principio ineludibile della solidarietà.

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