Partite Iva messe in ginocchio dal coronavirus

C’è un esercito di silenziosi lavoratori che puntualmente riceve le conseguenze di ogni crisi economica o di infelici luoghi comuni o le “vessazioni” del fisco italiano. O tutt’è tre messe assieme, come avviene in questi tempi di coronavirus. Stiamo parlando delle partite Iva – o freelance, per usare un termine più cool – che assieme formano una platea di cinque milioni di professionisti. Ovvero il 15% della forza lavoro nazionale di cui nessuno mai parla o prende le difese. Tranne qualche politico (specie in campagna elettorale, la stagione delle promesse facili per tutti) che si sforza a considerarli pur di “acchiappare” un pò di voti. Perché infatti i conti in tasca ai freelance raccontano di un’altra, triste storia. Partite Iva messe in ginocchio dal coronavirus? Sembrerebbe di sì, e capiamone i perché.

Gli (almeno) tre ordini di disagi

Abbiamo accennato all’evidenza delle partite Iva messe in ginocchio dal coronavirus e qui ne illustriamo le ragioni.

  • La natura essenzialmente ciclica delle loro attività. In genere svolgono lavori come formatori, consulenti, grafici, giornalisti, ricercatori, interpreti, etc, la cui domanda di prestazioni è strettamente correlata al ciclo economico generale. Ora lo sanno anche le pietre che il Pil 2020 sarà un disastro da annali. In più c’è da scommettere che alla ripresa della normalità il mercato “taglierà” ciò non reputerà come strettamente necessario. Oltretutto il loro lavoro spesso si svolge sulla base di programmazioni di lungo periodo, tarate su stagioni o tot archi temporali. Come a dire quindi che il Covid di febbraio li ha mandati ormai in vacanza per un intero anno, a prescindere dall’uscita dallo stato di emergenza. Cosa significherà tutto questo per le partite Iva? Uno più uno …
  • Altro aspetto “antipatico” riguarda poi quel sottile e spesso malcelato luogo comune secondo cui essi siano i principali evasori. Lo denuncia apertamente anche Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della C.G.I.A. di Mestre. Per lui occorre «chiarire la questione per smentire una tesi molto diffusa […] secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo fiscale alla fonte. […] Non si capisce perché, a parità di capacità, l’onere del Fisco debba variare in base alla tipologia di lavoro. E non si usi la scusa dell’evasione […] come giustificazione per un diverso trattamento fiscale degli autonomi». Altro d’aggiungere? Sì. Secondo recenti ricerche, le partite Iva subiscono in un anno 100 controlli da 15 distinti enti, ossia una media di 2 a settimana.  Per fortuna è sclusa la domenica.

La “beffa” in assoluto che non ti aspetti

Ma sicuramente il boccone più amaro proviene da parte del fisco. Partite Iva messe in ginocchio dal coronavirus? Sembra proprio di sì. Vediamolo con le cifre.

  • Da un fatturato annuo delle partite Iva, la fetta più grossa della torta la mangia il fisco. Poi verrebbe pure quella del professionista. Prendiamo a riferimento i numeri forniti dal Centro Studi di Unimpresa. Su un ipotetico fatturato annuo di €50.000, un professionista con partita Iva destina: €18.866 all’Irpef (tra acconto e saldo); €1.263 alle addizionali Irpef (comunali e regionali); €2.486 di Irap e €10.970 di contributi previdenziali, sempre tra acconti e saldi; infine €53 li darà, come diritti, alla Camera di Commercio. Morale: il 64,5% di quanto ha guadagnato non è di sua pertinenza, a lui invece spetta uno stipendio medio mensile di €1.380. Il colmo. Non gli converrebbe di più lavorare alle dipendenze (pubblico o privato) ma con la metà o un terzo degli stress e del tempo profuso nel lavoro? Infine, quasi non bastasse, ricordiamo che anche loro, come ogni comune imprenditore, hanno spesso in corso piani di rateizzazioni per pregressi debiti accesi oppure mancati pagamenti da clienti.

Quella contro il coronavirus è una guerra giusta, dovuta, necessaria. Ma sarebbe bello capire anche cosa hanno fatto di male nella vita le partite Iva per ricevere codesto coacervo di triplice penalizzazioni.

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