Oro e argento: cos’altro preferire?

Oltre a oro e argento, il panorama delle materie prime si amplia notevolmente. Queste le previsioni per l’immediato futuro.

Oro

Senza dubbio il protagonista delle tempeste sui mercati. Ma per far brillare l’oro non sempre c’è bisogno di un sell off. O per meglio dire, come in questo caso, è sufficiente una tensione, anche forte, sul panorama internazionale. Guerra dei dazi in primo piano ma anche Brexit in avvicinamento sono elementi che, da soli, possono spiegare un rally dell’oro che recentemente ha superato senza problemi i 1.500 dollari l’oncia, il massimo da circa 6 anni a questa parte.

Benzina sul rally

Inoltre la guerra intestina tra Fed e Casa Bianca (in altre parole le forti critiche del presidente Usa Donald Trump alla strategia da lui giudicata troppo debole del governatore Fed Jerome Powell) non infonde certo grande sicurezza. Se a tutto questo si aggiunge la tanto temuta inversione della curva dei rendimenti Usa (il rendimento del decennale è inferiore a quello del bond con scadenza a due anni), da sempre visto come anticipatore di una recessione, allora è facile capire perché il metallo giallo sia cresciuto così velocemente.

Argento

Ma non è solo l’oro a salire nelle quotazioni. L’argento, suo fratello minore, è arrivato a 16 dollari l’oncia, cosa che non accadeva da oltre un anno. Per la precisione da giugno 2018. Tradotto in percentuale: +15% dai minimi di maggio. Un trend rialzista che si spiega anche con il fato che, in rapporto all’oro, l’argento era enormemente economico. Il divario si è ampliato ai massimi da oltre 27 anni.

Non solo oro

Ma, come detto, non c’è solo l’oro e nemmeno solo l’argento tra le opzioni da scegliere per chi si vuole muovere sul mercato delle materie prime. Un vero e proprio miracolo si è visto sul nickel a +70% da inizio anno. In numeri significa 18mila dollari la tonnellata, ai massimi dal 2014. Il motivo, in questo caso è anche geopolitico.

Palladio e Nickel

L’Indonesia, primo esportatore mondiale, ha deciso di anticipare il divieto di esportazione di minerali grezzi alla fine del 2019 invece che al 2022 come inizialmente previsto. C’è da segnalare, poi, il caso del palladio. Grazie al possibile rischio di blocco sull’export russo,  il prezzo ha segnato a marzo di quest’anno nuovi massimi storici con quotazioni oltre i 1620 dollari per poi crollare del 15% in meno di 48 ore. Il sospetto di semplice bolla speculativa è dietro l’angolo.

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