Oppenheimer: nessuna recessione nel 2019 ma…  

Oppenheimer: cosa attende nel 2019 per il ciclo economico americano?

Tensioni geopolitiche e un possibile (incerto) pericolo per un aumento dei tassi da parte della Fed. Ma anche Brexit, populismi ed incertezze politiche in Europa. Queste le paure più diffuse tra gli operatori di Wall Street.

Le idee degli investitori

In un’indagine fatta a dicembre dagli esperti di Natixis ha evidenziato che la maggioranza vedeva la fine del bull market entro il 2019.  Non solo, ma dei 500 gestori di fondi coinvolti, il 41% confermava la volontà di ridurre l’esposizione al mercato statunitense. Tanto è bastato per portare molti a parlare di una possibile recessione in arrivo sugli Usa.

La view del FMI

La conferma arriverebbe anche dalle previsioni del Fondo Monetario Internazionale. L’organizzazione guidata da Christine Lagarde ha anch’essa rivisto le proiezioni di crescita globale. Ad ottobre in occasione del suo World Economic Outlook, le previsioni per i prossimi 12 mesi non andavano oltre il 3,7%. Ovvero un -0,2% dalle stime precedenti.

La view di Goldman

Ma a differenza di quanto in molti si aspettano, Goldman Sachs non si dichiara pessimista. Anzi, va oltre. Non solo per il 2019 non vede una recessione nell’economia statunitense, ma nemmeno nelle principali economie occidentali. Tutto bene allora? Non proprio. Il pericolo c’è. Ed è forse anche più insidioso. Infatti quello che teme Peter Oppenheimer di Goldman Sachs è la bassa crescita degli utili. Un pericolo presente sia negli Usa che in Europa.

Il cambio alla fine del 2018 e Oppenheimer

Alla fine del 2018, infatti, si è assistito ad un repentino abbassamento delle aspettative sulle performance delle nazioni. Un’inversione che si è vista lo stesso anno in cui il bull market nato dopo la crisi economica dei subprime raggiungeva il record storico di longevità. I timori registrati tra gli operatori, dunque, sarebbero dovuti a reazioni esagerate.
Evidentemente non più abituati ad un inasprimento delle condizioni di credito. Inasprimento peraltro diminuito nelle aspettative dallo stesso governatore Jerome Powell. E non solo da lui.

La Fed più cauta piace ai mercati

Nelle ultime settimane, infatti, diversi esponenti della banca centrale hanno evidenziato il ruolo dei dati macro come futuri catalizzatori. Non solo, ma i due rialzi dei tassi previsti per il 2019 sono diventati probabili. Precedentemente, invece, erano stati dati per certi dallo stesso Powell. A questo si aggiunga anche un altro particolare. Powell si è unito al coro di quelli che vedono nell’andamento economico un fattore di primaria importanza per decidere sul da farsi.

Approfondimento

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