Ogni momento è quello giusto per il filoscio con il pane cafone, la colazione di mezzogiorno di una Napoli che non c’è più

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Il filoscio, a detta di qualcuno, era molto amato da Carlo V di Spagna. L’imperatore d’Asburgo ne scoprì la bontà durante una visita alla Certosa di Padula, vicino Salerno. In quest’occasione fu preparato in suo onore un filoscio, che alcuni definiscono frittata, con 1.000 uova.

Ancora, si crede che il filoscio sia in qualche modo la risultante, così come avvenuto per tante preparazioni napoletane, della contaminazione con la cucina francese. Tutto ciò grazie ai Monzù da Monsieur, come venivano definiti i cuochi professionisti a Napoli e a Palermo.

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Il filoscio e la tradizione napoletana

Successivamente il filoscio è diventato il pasto principale, a metà della giornata, dei muratori napoletani. Veniva cucinato dalle loro mogli, di mattino prestissimo, prima che iniziasse la giornata lavorativa. Era la cosiddetta “marenna” avvolta nella mappatella, da non intendere come la semplice merenda. Il termine deriva, invece, dal latino “merere”, ossia “meritare, guadagnare”, come una sorta di premio da meritare, o meritato.

In realtà, ad oggi, si può dire che ogni momento è quello giusto per il filoscio  con il pane cafone: la colazione di mezzogiorno di una Napoli che non c’è più.

La ricetta per preparare il filoscio che non è né frittata, né omelette

Questa preparazione non è una frittata. In realtà ha la forma a mezza luna allungata e la consistenza più morbida tipica della omelette, perché si cuoce su un lato solo. Rispetto all’omelette, che è fatta solo con uova, invece, presenta un ripieno di mozzarella filante.

Ecco gli ingredienti occorrenti:

a) cinque uova;

b) 200 gr di mozzarella del giorno prima;

c) olio evo, sale e pepe, quanto basta.

Ecco come si prepara il filoscio

Versiamo le uova in una ciotola e le sbattiamo con una forchetta; poi aggiungiamo sale e pepe.

A parte, tagliamo la mozzarella a fettine sottili.

Versiamo in una padella, antiaderente e a fondo spesso, un filo d’olio. Ora cuociamo il composto, su una fiamma bassa.

Quando la base risulterà rassodata, e la superficie ancora semiliquida, rivestiamo metà della superficie del filoscio con le fettine di mozzarella. Ripieghiamo su queste l’altra metà del filoscio fino a formare una mezza luna. Completiamo la cottura ancora per qualche minuto, il tempo di far rassodare, e leggermente dorare, la  superficie.

I gusti e i sapori di una Napoli che ormai non c’è più

Il consiglio è di mangiarlo come farcitura del cuzzetiello di pane cafone, che è la parte finale di un pezzo di pane. Bisogna  scavare nel cuzzetiello uno spazio dove inserire il filoscio, togliendo una parte della mollica che verrà usata per sigillare il panino.

Mangiato in questo modo, ogni momento è quello giusto per il filoscio con il pane cafone: la colazione di mezzogiorno di una Napoli che non c’è più.

Infine, in quest’altro articolo presentiamo un’altra prelibatezza partenopea: i maccheroni al grattè.

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