Non integratori ma questo esercizio linguistico aiuterebbe a mantenere il cervello e la memoria attivi

In tutte le lingue sono presenti modi di dire, proverbi e frasi idiomatiche. Per esempio: lupus in fabula, les jeux sont fait, break a leg e in bocca al lupo, scherzi a parte, non tutte le ciambelle escono col buco e così via. Gli scrittori non amano molto le frasi fatte e questo è risaputo. Diventano cliché quando non aggiungono nulla di nuovo e servono solo a riempire vuoti. È anche vero che fanno parte di un sapere universale, sono cultura e tradizione. Ma perché li usiamo così tanto e perché ci piacciono? Ora la scienza ha iniziato a dare le prime risposte.

Memi e spot

Nel 1976, Richard Dawkins, famoso biologo britannico, pubblicò un libro divulgativo sull’evoluzione e sui geni, “Il gene egoista”. Secondo il biologo la divulgazione orale (di frasi, idee, parole) segue in linea di principio un’evoluzione darwiniana. Quando ascoltiamo un ritornello che non riusciamo a toglierci dalla testa, quando ripetiamo uno spot pubblicitario o canticchiamo quel motivetto che ci piace tanto, stiamo in effetti contribuendo alla propagazione di un meme. Fu proprio Dawkins a coniare il termine.

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Con meme si intende un’idea, una frase, un’azione che si propaga come un’onda (questa è una frase fatta) tra le persone, che lo ripetono per imitazione, fino a crearne un modo di dire. I memi non sono buoni o cattivi di per sé. Veicolano parole e idee. Per questo, talvolta, sono straordinari motori di innovazione e di cambiamento, mentre altre volte, diventano pericolose e irrazionali spinte verso atteggiamenti di intolleranza e di chiusura.

Non integratori ma questo esercizio linguistico aiuterebbe a mantenere il cervello e la memoria attivi

Da poco è stato pubblicato un bellissimo articolo scientifico (Mon SK et al ,2021), in cui i ricercatori cercano una spiegazione razionale sul perché modi di dire, proverbi e frasi fatte rimangano così facilmente impressi nella memoria. In studi precedenti infatti era emerso che il linguaggio figurato sia in grado di attivare una porzione del cervello chiamata amigdala, strettamente legata alle emozioni e all’attenzione motivata (Bohrn et al, 2012). Una possibile spiegazione per la loro ubiquità è che siano più coinvolgenti, evocando un’attenzione più focalizzata. Questo rispetto alle loro parafrasi letterali (ad esempio, una buona comprensione di un’idea).

Secondo gli autori dello studio, i termini concreti usati nelle metafore ci offrono un modo per radicare i nostri pensieri astratti nel Mondo fisico. Durante la ricerca gli scienziati hanno utilizzato uno strumento in grado di misurare la dilatazione della pupilla in una frazione di secondo. Ciò come risposta a un’esperienza dal forte impatto emotivo o intellettuale. Nei film è sempre la pupilla dell’innamorato a ingrandirsi nell’inquadratura. In questo modo si sono resi conto che il nostro cervello presta maggiore attenzione alle frasi fatte e alle metafore (maggiore dilatazione della pupilla) rispetto ad altre frasi convenzionali.

Quindi, non integratori ma questo esercizio linguistico aiuterebbe a mantenere il cervello e la memoria attivi. Potrebbe dunque aiutare l’interazione con persone che abbiano problemi di linguaggio. Soprattutto con persone che abbiano problemi di linguaggio e mantiene il cervello e la memoria attivi.

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(Le informazioni presenti in questo articolo hanno esclusivamente scopo divulgativo e non si sostituiscono in alcun modo al consulto medico e/o al parere di uno specialista. Non costituiscono, inoltre, elemento per la formulazione di una diagnosi o per la prescrizione di un trattamento. Per questo motivo si raccomanda, in ogni caso, di chiedere sempre il parere di un medico o di uno specialista e di leggere le avvertenze riportate QUI»)

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