L’UE non sta facendo sconti a nessuno in materia di Recovery Plan. Gli esempi di Germania, Francia e Spagna

Uno dei motivi che hanno portato alla nascita del Governo Draghi è il grave ritardo nella presentazione del Recovery Plan.

In realtà già sostanzialmente scritto, sia pure non in versione definitiva, ma ritenuto insufficiente ed inadeguato a conseguire il voto positivo da parte delle istituzioni UE.

Tale giudizio, per certi versi, è stato formulato anche sulla base di una presunta superiorità dei Recovery Plan di altri Paesi come la Germania.

Ma le cose stanno realmente così?

Oggi intendiamo approfondire questo tema e ci domandiamo se altri Paesi abbiano effettivamente saputo dimostrarsi all’altezza della situazione. Oppure se l’UE abbia comunque espresso un giudizio negativo anche nei confronti dei loro piani.

Gli esempi di Germania, Francia e Spagna e l’UE che non sta facendo sconti a nessuno in materia di Recovery Plan.

Spesso si danno troppe cose per scontate, quando la realtà dei fatti dimostra che spesso varrebbe invece la pena approfondire le situazioni.

L’UE pareva, dopo gli accordi sul Next Generation UE, favorevole alla concessione di finanziamenti o trasferimenti di risorse anche a fondo perduto, nell’ambito di una concezione sostanzialmente neokeynesiana.

Pertanto sicuramente contraria ad impostazioni di politica economica restrittiva, come quelle che ha conosciuto il nostro Paese con il Governo Monti.

Teoricamente, si sarebbe dovuta seguire tale impostazione, se si voleva conferire il massimo di efficacia alle potenzialità espansive insite nel Recovery.

Invece l’UE sta dimostrando un’impostazione rigidamente rigorista, non facendo sconti a nessuno, neppure alla Germania.

Le bocciature di Germania, Francia e Spagna

L’Ue, contrariamente a quel che si poteva pensare, ha indirizzato pesanti critiche anche alla Merkel, per l’assenza di quel fervore nelle riforme, richiesto invece ad altri Paesi (sono parole dell’UE).

Critiche intervenute unitamente ad alcune richieste. In particolare una riforma del sistema pensionistico ed una liberalizzazione di ordini professionali, considerati inquadrati in un quadro normativo eccessivamente corporativo.

Ed ecco, quindi, che il problema del sistema pensionistico, ad esempio, non è messo all’indice dai funzionari che hanno esaminato conti pubblici e sistemi normativi nazionali, solo per l’Italia.

Ma anche a Francia e Spagna non è andata molto meglio.

In particolare, alla Francia si richiede di rimettere in campo, superata la fase di emergenza pandemica, quella riforma pensionistica. Già tentata da Macron e oggetto delle manifestazioni dei gilet gialli. Inoltre provengono dall’UE indicazioni di incrementare la pressione fiscale, per rimettere anche i conti pubblici francesi su una traiettoria di maggior sostenibilità.

Alla Spagna l’UE ha richiesto una riforma pensionistica, che elevi di 10 anni il tetto contributivo.

Effetti politici

Queste richieste hanno intanto sortito anche effetti politici significativi all’interno dei Governi, che dovrebbero accoglierle.

Esecutivi nei quali si assiste ad una spaccatura tra una linea maggiormente rigorista, favorevole alle misure, ed una, invece, di avversione alle medesime.

Esempio significativo in tal senso non solo in Francia, Paese nel quale abbiamo ricordato anche forme di avversione popolare, come quella legata a certe manifestazioni di piazza, ma anche in Spagna.

Nel Governo, guidato dal socialista Sanchez, si è dichiarato favorevole alla riforma pensionistica José Luis Escrivà, ministro del Welfare, ma contrario Podemos, partito che fa parte della maggioranza di Governo.

È quindi sempre utile capire cosa possa succedere in futuro, traendo spunto da analoghe situazioni del passato. E già possiamo affermare che pare che l’UE intenda seguire una linea dura. Linea tale da poter causare anche non poche discussioni all’interno delle stesse compagini governative, che sono chiamate a presentare i piani per la concessione delle risorse.

E per l’Italia?

L’UE non ha fatto sconti neppure alla Germania, sicuramente non ne farà all’Italia, anche se guidata da Draghi.

Già l’Italia non sta certo offrendo una bella figura con certe situazioni di queste ultime ore. Come l’incresciosa questione del prolungamento della chiusura delle stazioni sciistiche, con tutto quello che ne consegue anche in termini di polemiche interne all’esecutivo e di pessima immagine sia interna, che internazionale.

L’UE non sta facendo sconti a nessuno in materia di Recovery Plan. Ma cosa chiede al nostro Paese?

Tra le condizioni che parrebbero delle conditio sine qua non, indispensabili per ottenere i fondi, ne troviamo di importanti. Riforma della giustizia e della pubblica amministrazione, riforma delle pensioni con abolizione di Quota 100 e ritorno alla legge Fornero. Aumento della tassazione sugli immobili (ritorno dell’IMU sulla prima casa).

Come notiamo, tutte misure che potrebbero dilaniare anche l’esecutivo Draghi con posizioni nettamente differenziate tra diversi partiti, su punti espressione anche di elementi portabandiera dell’identità delle diverse forze politiche.

Cedere su una riforma della giustizia, in senso contrario alla concezione dell’ex guardasigilli Bonafede, sarebbe difficilmente digeribile da parte del Movimento 5 Stelle. Mentre una abolizione di Quota 100 troverebbe una probabile opposizione dei leghisti.

L’incremento di tassazione sugli immobili avrebbe un quasi sicuro oppositore quanto meno nel centrodestra, ed in particolare in Forza Italia.

Ma allora, il piano B è una necessità tutt’altro che teorica?

Anche questi elementi, relativi alla difficile attuazione del Recovery, si aggiungono a quanto già dimostra come certe politiche, su cui sinora si è fondata l’UE, possano trovare serie difficoltà applicative.

Un quadro fondato su debito ed incremento della base monetaria solo correlata ad emissione di titoli di Stato rischia, per certi versi, di poter essere attuato solo in presenza di personaggi particolarmente capaci, come Draghi.

Ma forse, a volte neppure questi bastano

Non è un caso che, almeno in base a quanto sinora abbiamo visto in sede di mancata approvazione dei piani nazionali, potrebbe essere messa in forse l’intera attuazione del Recovery.

Insomma l’UE non sta facendo sconti a nessuno in materia di Recovery Plan. Francamente ho un po’ l’impressione che le istituzioni europee abbiano voluto dare l’impressione di voler aiutare, senza avere poi reale intenzione di farlo.

Ne sarebbe infatti riprova anche il fatto che non ha molto senso voler impostare, al contempo, politiche espansive e restrittive.

Ma allora, proprio anche in considerazione di questa prospettiva, diviene sempre più d’attualità l’ipotesi di dover mettere in campo un piano B alternativo. Un’ipotesi da parte mia richiamata più volte e tale da prescindere dal Recovery.

Anche solo le emergenze di queste ultime ore, relative alla chiusura degli impianti sciistici, evidenziano come non ci sia tempo per attendere ipotetiche risorse europee. Mentre bisognerebbe dare risposte decisamente più immediate ed efficaci.

Il Governo Draghi opererà solo nell’ambito di un ricorso a queste possibili, ma tutt’altro che certe, risorse europee, o nel suo orizzonte di riferimento rientra anche la possibile adozione di un piano B?

Ce lo stiamo seriamente domandando, proprio anche in considerazione di quello, cui abbiamo assistito in termini di risposte in sede UE ai Recovery presentati da altri Paesi.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili qui»)

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