L’oro della Banca d’Italia a chi appartiene e da chi può essere gestito?

L’oro della Banca d’Italia a chi appartiene e da chi può essere gestito?

140 miliardi circa. A tanto ammontava il controvalore delle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia in corrispondenza del massimo raggiunto dall’oro qualche tempo fa.

Una bella cifra, non c’è che dire.

Tanto che alcuni hanno ripensato alla idea, che ogni tanto riaffiora, di venderle, per fare cassa in un momento decisamente difficile per le pubbliche finanze e ridurre così il debito pubblico.

Ma tale opzione sarebbe realizzabile e, soprattutto, sarebbe vantaggiosa per lo Stato?

Potrebbe infatti venire spontaneo pensare che una riduzione del debito pubblico possa passare, tra le diverse opzioni possibili, anche dalla vendita di quest’oro. Peccato che le cose non stiano propriamente così.

Vediamo perché.

Per capire chi sia effettivamente proprietario delle riserve aurifere depositate presso Bankitalia e chi possa realmente disporne, dobbiamo affrontare una serie di argomenti, aiutandoci con la seguente scaletta.

  • Banca d’Italia Istituto di diritto pubblico, ma autonomo da condizionamenti politici.
  • Oro proprietà pubblica, ma non gestibile discrezionalmente dal Governo.
  • Se possibile gestire direttamente le riserve, sarebbe comunque auspicabile venderle?

Banca d’Italia Istituto di diritto pubblico, ma autonomo da condizionamenti politici.

Chi sono i proprietari della Banca d’Italia, e chi dispone dei poteri decisori che la riguardano?

L’art. 1 dello statuto della banca precisa che si tratta di Istituto di diritto pubblico.

Le quote sono principalmente detenute da banche private, ma si tratta di una sorta di nuda proprietà, in quanto i poteri degli enti detentori di quote è molto limitato.

Ed anche il Governo ha pochi poteri.

Infatti il Governatore, pur nominato al governo, non risponde ad ordini o direttive dell’esecutivo.

Si tratta quindi di banca che rientra tra gli enti di diritto pubblico, ed anche l’oro, quindi, detenuto dalla medesima, è proprietà statale. Ormai credo che su tale vexata quaestio vi possano essere ben pochi dubbi.

Anche se sinora, alcuna disposizione lo dice espressamente.

L’oro della Banca d’Italia a chi appartiene? Proprietà pubblica, ma non gestibile discrezionalmente dal Governo.

Da tale situazione, relativamente alla definizione della proprietà di Bankitalia e dei poteri decisori, tutta una serie di tentativi di definire l’oro come proprietà di stato, al fine di considerarlo gestibile da questo, sulla base di decisioni governative.

Soprattutto in fasi in cui i bilanci pubblici sono in affanno e, quindi, l’idea di vendere le riserve potrebbe rientrare tra le ipotesi per fare cassa.

Ma il Governo potrebbe decidere qualcosa in tal senso?

Tuttavia, anche considerando l’oro di proprietà pubblica, le riserve sarebbero difficilmente gestibili discrezionalmente dal governo.

Soprattutto perché, come ormai arcinoto, i trattati europei vietano alla Banca Centrale di finanziarie direttamente il debito pubblico e, quindi, la vendita di oro per mettere il relativo ricavato a disposizione delle pubbliche finanze, sarebbe comunque considerato invece proprio una forma di finanziamento.

I poteri decisori restano solo in capo agli organi espressamente previsti, in primis il Governatore, e anche quest’ultimo deve comunque rispettare i limiti e vincoli definiti dalle normative di legge e dai trattati europei.

Se possibile gestire direttamente le riserve, sarebbe comunque  auspicabile venderle?

Il motivo dell’accumulo di delle attuali riserve nel corso di diversi anni è soprattutto quello di poter contare su un asset prezioso in caso di particolari difficoltà.

Ma non per rivederle e fare cassa. Piuttosto per poter offrire, ad esempio, una garanzia collaterale rispetto a determinati strumenti finanziari.

In tal senso, ad esempio, la proposta di conferire le riserve auree in un fondo comune, che potrebbe essere destinatario delle riserve auree di tutte le banche centrali che fanno capo all’eurozona, come garanzia collegata all’emissione di Eurobond. Ipotesi che comunque forse richiede alcuni adeguamenti normativi.

L’ipotesi, invece, di vendere le riserve per fare cassa, potrebbe condurre a due conseguenze decisamente controproducenti per l’Italia. Anche qualora fosse ritenuta opzione giuridicamente ammissibile, eventualmente anche sulla base di modifiche all’attuale assetto normativo.

Intanto, è da considerare che si tratta della quarta riserva a livello mondiale, un quantitativo davvero notevole d’oro. Quantitativo che, quindi, qualora venisse venduto tutto in una volta, o comunque in poche tranches ravvicinate, rischierebbe di colpire non poco il mercato dal lato dell’offerta, e quindi di far repentinamente declinare le quotazioni, con evidente ripercussione negativa sul controvalore della riserva detenuta.

Ma poi vendere l’oro verrebbe considerato dai mercati un po’ come vendere i gioielli di famiglia. Circostanza che si verifica quando si è davvero in brutte acque.

Le ripercussioni sui titoli di Stato e sullo spread

Pertanto non solo il mercato del metallo giallo verrebbe probabilmente colpito da consistenti vendite, ma in generale l’Italia rischierebbe di subire una crisi di fiducia anche su altri mercati, in primis quello del debito.

Con evidenti ripercussioni su titoli di Stato e spread, e quello che, eventualmente, deriverebbe dalla vendita, rischierebbe di essere rimpiazzato da più elevati tassi relativi al collocamento dei titoli di Stato. Anzi, si rischierebbe di perdere più di quanto ricavato dalla vendita delle riserve.

Quindi, attenzione al corretto uso delle riserve.

Insomma, se la domanda è l’oro della Banca d’Italia a chi appartiene e da chi può essere gestito, è chiaro che si tratta di asset da preservare per particolari momenti, ma non certo da vendere, specialmente in un limitato lasso di tempo, solo per fare cassa.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

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