L’Italia verso l’autarchia, quale scenario possibile mentre si discute di reshoring cioè di rimpatri di produzione

La pandemia prima, la guerra dopo. Le due emergenze tra gli altri aspetti hanno rimesso in discussione l’interconnessione tra Stati. La globalizzazione e la liberalizzazione dei mercati. Allo stato, le rinnovate esigenze di tagliare il cordone ombelicale che ci lega alla Russia stanno facendo guardare al proprio interno. Termini come “delocalizzazione”, “import” ed “export” sono forse destinati ad assolvere ad una funzione diversa. Quantomeno potrebbero riferirsi a pochi altri Paesi. Così assistiamo alla materializzazione del concetto espresso da Giambattista Vico di “corsi e ricorsi storici”. Dapprima molte realtà italiane imprenditoriali hanno chiuso i cancelli per produrre altrove o semplicemente perché conveniva importare e non produrre in house generando disoccupazione e crisi in diversi settori. Dal tessile all’automotive. Dalla produzione di grano all’elettronica. Marchi assorbiti da altri, nuove denominazioni, travolgimenti rocamboleschi. L’Italia verso l’autarchia, di seguito lo scenario possibile.

Il reshoring

Adesso che francamente ci eravamo adattati all’idea che il cotone Made in Italy fosse prodotto in Cina, il concetto di reshoring torna in auge. Beninteso è obiettivamente difficile pensare che il tessile tornerà prerogativa tutta italiana. Ma non sarà così per altre materie. Il reshoring altro non è che un rimpatrio di produzione. L’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) ne parla già da tempo.

Ci rende conto, infatti, che l’Italia negli ultimi anni presenta settori che hanno «vissuto fenomeni di rientro delle produzioni. Questi riguardano la confezione di articoli di abbigliamento, confezione di articoli in pelle e simili, fabbricazione di prodotti di elettronica e ottica, fabbricazione di apparecchiature elettriche». Se non altro per compensare il tasso di disoccupazione generato dall’investimento di molte imprese all’estero dove il costo della manodopera magari è molto più appetibile. Ma questo è un romanzo rosa rispetto alla rinnovata necessità di accelerare sulla produzione interna che si presenta oggi. È questione di vita.

Gli Stati Uniti

Oltreoceano il reshoring è favorito dal Buy American Act. Si tratta di una «una legge statunitense che nel corso degli anni ha subito revisioni volte a rafforzare la preferenza per beni “Made in America”. Ciò può contribuire al rafforzamento del fenomeno del rimpatrio delle produzioni oltre a stimolare gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) verso il Paese». A darci lumi è sempre l’ISPI.

Man forte alla produzione interna è stata data poi da Donald Trump e il concetto “american first” che poi è un’espressione coniata la prima volta dal democratico Woodrow Wilson nel 1916. L’espressione probabilmente in modo un po’ improprio denotava la priorità americana sul resto del Mondo e soprattutto negli acquisti di beni e prodotti.

L’Italia verso l’autarchia, quale scenario possibile mentre si discute di reshoring cioè di rimpatri di produzione

Adesso la guerra ci sbatte in faccia il problema degli approvvigionamenti. Quindi nei settori relativi all’energia, ai cereali e frumento certamente guarderemo ad altri mercati ma soprattutto punteremo alla produzione interna. Si è profilata la necessità dell’autonomia di risorse rispetto all’interdipendenza economica e commerciale. E viene da riflettere se l’Europa e l’Italia si muovono verso l’autarchia, quale scenario possibile mentre si discute di reshoring cioè di rimpatri di produzione. Che nel medio lungo periodo potrebbe portare ad un aumento di occupazione. E questo sarebbe un aspetto positivo cui vogliamo porre fiducia.

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