L’inflazione sta cominciando a diventare un serio problema per l’economia dell’eurozona

L’inflazione sta cominciando a diventare un serio problema per l’economia dell’eurozona e la Banca Centrale Europea sta diventando sempre meno credibile nel suo tentativo di voler far credere ai mercati che questa è solamente un “fenomeno temporaneo”.

Partiamo dai dati. La scorsa settimana, l’Eurostat ha stimato che, lo scorso ottobre, l’aumento dei prezzi al consumo è salito nell’eurozona del +4,1%, dal +3,4% del mese di settembre e ben al di sopra del +3,7% atteso dagli analisti. Si tratta del massimo livello toccato dall’indice IPC negli ultimi 13 anni.

Nonostante l’area euro, sul fronte della fiammata inflazionistica, sia in buona compagnia, considerando che l’aumento dei prezzi osservato negli Stati Uniti è stato pari al +4,4%, ai massimi livelli addirittura degli ultimi 30 anni, la situazione sta peggiorando mese dopo mese, in tutte le sue componenti.

La giustificazione da sempre sostenuta dai banchieri europei, quella secondo la quale il fenomeno inflazionistico derivi solamente dall’impennata dei prezzi energetici, infatti, non regge più, se si considera che anche l’inflazione “core”, ovvero quella che esclude dal calcolo dell’indice le componenti più volatili del paniere come energia e alimentari, è salita del +2,1%, al di sopra dell’obiettivo del +2,0% della BCE.

I prezzi legati all’industria sono aumentati del +2,0% e quelli legati ai servizi del +2,1%, a riprova del fatto che l’aumento dei prezzi alla produzione registrato negli scorsi mesi, legato ai colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento e alle difficoltà nel reperire materie prime e componenti, sta cominciando piano piano a scaricarsi sui prezzi al consumo. La ripresa dalla pandemia sta facendo il resto, dal momento che la riapertura delle economie permette alle famiglie di tornare a spendere quello che non avevano speso nell’ultimo anno e mezzo. Un aumento dei consumi era fisiologico e ampiamente prevedibile.

L’inflazione sta cominciando a diventare un serio problema per l’economia dell’eurozona

Nonostante queste evidenze, la BCE continua però imperterrita nel sostenere che dell’aumento inflazionistico non bisogna preoccuparsi, poiché questo è da ritenersi temporaneo. Una posizione che è l’unica possibile se si vuole giustificare la mancanza di volontà di modificare la stance di politica monetaria, principalmente legata alla variazione dei tassi d’interesse. Nel Consiglio Direttivo dello scorso 28 ottobre, Christine Lagarde ha ribadito ancora una volta che la politica monetaria di Francoforte rimarrà espansiva ancora a lungo. Ovvero, che i tassi rimarranno al “lower bound” ancora per parecchi mesi, se non anni.

Il problema è che a questo mantra gli operatori economici cominciano a non credere più e che l’istituto centrale corre il serio rischio di perdere qualsiasi credibilità.

Certamente, Francoforte vuole evitare quello che per molti analisti è “l’errore Trichet”, ovvero quello che successe il 3 luglio 2008, quando Jean-Claude Trichet, allora presidente della BCE, decise di aumentare i tassi d’interesse al 4,25%, il massimo da sei anni. Anche in quel caso, il rialzo fu motivato dall’aumento dell’inflazione, che era salita al +4,0%, sempre trainata soprattutto dall’energia.

Dopo quella mossa, la crescita economica europea rallentò bruscamente e due mesi dopo l’economia globale crollò. La BCE fu costretta a tagliare i tassi di interesse per evitare ulteriori conseguenze, ma secondo molti analisti il momentaneo rialzo dei tassi fatto a luglio aveva già dato il colpo di grazia a un’economia già in difficoltà. La paura del passato non può, tuttavia, pesare fino al punto di ritardare un intervento di stretta monetaria, se e quando questo si rende necessario. Il timing dell’intervento di policy è una variabile fondamentale per determinarne.

Il rischio è quello che, intervenendo troppo tardi, l’inflazione sfugga di mano e questa affossi la ripresa, oltre a creare bolle speculative sui mercati finanziari, peraltro già visibili, e iniqui effetti avversi su alcune componenti della società. La reputazione è un asset fondamentale per una banca centrale. E questa la si costruisce solamente non facendo credere l’impossibile ai mercati. Anche a costo di prendere scelte impopolari.

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