L’energy crunch ora coinvolge anche l’India 

Mentre il Libano è alle prese con il blackout nazionale e le conseguenze di un default che risale ormai al 2020, la Cina sta cercando di arginare l’onda d’urto nata nel settore immobiliare con le difficoltà annunciate da Evergrande di onorare i suoi debiti. Non solo. Pechino deve giostrare il problema delle risorse energetiche. Problema che ha portato allo stop di alcuni impianti di produzione. In tutto questo, però, neanche le altre nazioni sono al sicuro dalla crisi presente sulle materie prime. Infatti adesso l’energy crunch ora coinvolge anche l’India . Ma cosa sta succedendo nel subcontinente?

Alla base di tutto sembrano esserci le scorte di carbone necessarie alle centrali elettriche, scorte che sembrerebbero essere pericolosamente al di sotto dei limiti minimi. Il problema è particolarmente complesso dal momento che investe anche la reale natura dell’economia indiana. Non bisogna inoltre dimenticare che l’economia del subcontinente indiano vede la sua forza basarsi per lo più sulla produzione e solo in percentuale inferiore sui servizi.

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L’energy crunch ora coinvolge anche l’India

Nel mosaico dei fattori da individuare non si deve ignorare quello climatico. L’India, come sappiamo, regola la sua vita sui monsoni. Una stagione dei monsoni caratterizzata da un andamento anomalo e non omogeneo ha messo in crisi la produzione di energia idroelettrica. Parallelamente si è registrato anche l’aumento del costo del gas. Tutto questo ha portato ad un sovraccarico della domanda di energia elettrica dalle centrali alimentate a carbone, per compensare le quote mancanti sugli altri fronti. Per questo motivo molti impianti hanno deciso di far ricorso al carbone nazionale, più economico rispetto a quello di importazione. Purtroppo questa scelta ha creato ulteriori problemi.

Infatti le centrali sulla costa, che utilizzavano carbone importato, paradossalmente hanno dovuto abbassare la produzione di energia. Non solo per il prezzo, più alto, del carbone, ma anche per la difficoltà di riuscire a procurarselo. Infatti la logistica risente dei colli di bottiglia creatisi con la riapertura dell’economia mondiale nella fase post Covid e con l’aumento dei carburanti per il trasporto marittimo, indispensabile per far giungere il carbone estero a destinazione.

Tutto questo ha aumentato la pressione e la richiesta per gli impianti elettrici interni che, invece, usavano carbone nazionale. Purtroppo, però, si tratta di un carbone che ha un potere calorifico inferiore, quindi ce ne vogliono quantità maggiori. Un elemento che è diventato immediatamente un ulteriore problema nel momento in cui si sono verificate anche difficoltà di approvvigionamento per via dei collegamenti interrotti da più parti proprio a causa dei monsoni.

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili QUI»)

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