Le insidie per ottenere i fondi dalla UE

Le insidie per ottenere i fondi dalla UE. In Europa, l’Italia è attesa alla prova dei fatti. Colpita dalla pandemia, l’Unione Europea ha stanziato cospicui fondi. Più della solidarietà, il motivo del consenso raggiunto è l’interdipendenza fra le economie nazionali. Da qui consegue anche l’interesse reciproco a sorvegliare il modo in cui ognuno impiegherà le risorse comuni. Da sempre l’UE è una miscela di collaborazione e competizione fra sistemi-Paese. E stavolta gli ingredienti ci sono tutti.

L’attribuzione agli Stati dei finanziamenti, in funzione del rispettivo calo del prodotto interno lordo, è meramente indicativa. Quanto preannunciato arriverà solo a condizioni stringenti. In caso contrario, il flusso sarà inferiore. Davanti a noi ci sono scenari diversi. Abbiamo opportunità, rischio e disillusione.

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Le insidie per ottenere i fondi dalla UE

Il primo è oggettivo. Mai prima d’ora l’Unione aveva destinato somme così ingenti ad affrontare un’emergenza. Per l’Italia, sono fondamentali. I paragoni con il Piano Marshall sono corretti. Servono impegno e lungimiranza. E’ l’occasione per favorire il rilancio. E per farlo coincidere con una modernizzazione di vasta portata. Bisogna presentare progetti di investimenti e di riforme strutturali. Ambedue obbligatori per favorire davvero competitività e coesione europea.

Gli investimenti devono accelerare la transizione verso un’economia digitale e verde. Le riforme devono riflettere le raccomandazioni specifiche dell’UE. Che ci vengono chieste da anni, dopotutto. Amministrazione pubblica efficiente e processi giudiziari rapidi. Riduzione della spesa pubblica e contrasto a lavoro sommerso e corruzione. Fiscalità equa e sostenibilità dei conti pubblici. Insomma, obiettivi incontestabili. Con cui dobbiamo superare note sclerosi. E con cui fare un salto di qualità.

Il secondo scenario

Riguarda l’esigenza di osservare tutte le condizioni. E superare i rigorosi accertamenti previsti. Il rischio di non riuscirci va scongiurato. Dal 15 ottobre prossimo va presentato un piano nazionale dettagliato e concreto di investimenti e riforme. Con una severa analisi costi/benefici. E un programma dei tempi preciso. La Commissione Europea esamina il piano e i singoli progetti. Ovviamente in vista dell’approvazione finale del Consiglio UE. Quest’ultima si traduce in un insidioso controllo tra pari, cioè tra gli Stati. Che sono anche in concorrenza nell’aspirare alle sovvenzioni, ovviamente. Possibile il rifiuto ex ante di alcuni progetti? Certamente, se fossero fuori portata a priori. Seguiranno, per quelli idonei, meticolose verifiche durante l’intera fase di realizzazione. Al suo termine, se di esito negativo, queste possono causare sospensione e cancellazione dei pagamenti. In particolare quando si deviasse dal programma dei tempi.

I margini per ridiscutere quanto pianificato all’origine sono limitati. E’ persino fissato un termine perentorio entro cui finalizzare i progetti approvati. Sette anni per gli investimenti, quattro anni per le riforme. Visti i tempi biblici italiani, ci vorrà grande attenzione come minimo. Sia nella progettazione che nella realizzazione. E, crediamo, ancor più nella prima che nella seconda.

Il terzo scenario

La disillusione potrebbe discendere dagli altri due. Mancare il risultato sarebbe devastante. Sia per le conseguenze economiche che per il morale della Nazione. Bisogna presentare un piano di qualità il prima possibile. Così si potranno recepire i rilievi critici. E parare l’eventuale bocciatura di progetti. Dopo, si dovrà essere scrupolosamente diligenti nell’esecuzione dei progetti approvati. Ciò eviterà inadempienze o ritardi dei pagamenti. E c’è un’ulteriore insidia.

Questi speciali fondi europei si finanziano emettendo titoli di debito. Titoli garantiti e rimborsati dal bilancio UE. Il famoso debito condiviso tanto avverso alla Germania. I fondi si finanziano attraverso due alternative. O nuove entrate, cioè risorse proprie, o i consueti versamenti degli Stati. In base al loro reddito lordo, chiaramente. Le prime sarebbero delle tasse in più, ancora da definire. Con almeno tre questioni nodali da chiarire. Cioè base imponibile, chi le paga, e se e quando saranno adottate a livello di Unione. Un esito nient’affatto scontato. Perché la peculiare procedura richiede l’unanimità al Consiglio UE. E poi il voto favorevole di ogni Parlamento degli Stati membri. Senza le nuove entrate, il metodo tradizionale costerebbe parecchio all’Italia. Poiché terzo contribuente del bilancio UE, quasi la metà dell’intero beneficio dei sussidi. Che diventerebbero al netto 46 miliardi, anziché gli oltre 80 annunciati.

Certo, restano i prestiti, ma gravano sul debito pubblico. Auguriamoci che non vada così. In nessun modo.

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