L’assegno di mantenimento per il coniuge più debole potrebbe tornare realtà

Dopo un contorto percorso oggi l’assegno di mantenimento per il coniuge più debole potrebbe tornare realtà. In questo senso si è espressa la Corte di Cassazione con  l’ordinanza n. 11202/2020, seguendo una  una recente sentenza sempre della Cassazione, a Sezioni Unite.

Tutti ricordiamo che l’assegno di mantenimento a favore del coniuge era stato sostanzialmente abolito. Infatti era venuto meno il vecchio criterio secondo cui il coniuge doveva mantenere lo stesso tenore di vita di ci godeva durante il matrimonio.

L’assegno di mantenimento per il coniuge più debole potrebbe tornare realtà

La giurisprudenza aveva fatto venire meno il criterio del precedente tenore di vita, e contemporaneamente aveva affermato che le mogli dovessero darsi da fare per mantenersi da sole.

Quindi le mogli in possesso di un titolo di studio dovevano fare di tutto per metterlo a frutto. Dovevano cercare un lavoro, per quanto di questi tempi reinserirsi nel mercato del lavoro dopo anni di assenza, magari per aver allevato 3 figli, fosse praticamente impossibile. La giurisprudenza era implacabile. Le mogli dovevano assolutamente dimostrare di aver fatto tutto il possibile per reperire un’occupazione che consentisse loro di mantenersi da sole. La separazione, ed ovviamente anche il divorzio, non potevano più essere garanzia di mantenimento a vita.

Adesso come mai la Corte di Cassazione sembra tornare sui suoi passi? Attenzione agli argomenti della Suprema Corte, che sono molto importanti.

Gli argomenti usati dalla Corte per ripristinare l’assegno per il coniuge più debole

La Corte di Cassazione è partita dall’analisi letterale della legge sul divorzio, la legge 898 del 1970.  L’art. 5 al comma 6 stabilisce che l’assegno di divorzio abbia anche funzione compensativa, e non solo di puro mantenimento.

Ecco che l’assegno di mantenimento per il coniuge più debole potrebbe tornare realtà.

Possibili sviluppi futuri

Cosa significa funzione compensativa? Significa che garantire quell’assegno al coniuge per tutta la vita serve a compensarlo del contributo che egli abbia dato al matrimonio, contributo non solo di tipo economico.

Una moglie che abbia rinunciato  a lavorare per permettere al marito di seguire una brillante carriera non può poi sentirsi liquidare con un “mantieniti da sola, dato che hai un titolo di studio, anche se non lo usi da 20 anni”.

L’assegno di divorzio serve quindi a ricompensare il coniuge che lo chiede per il contributo che ha dato alla vita familiare, alla formazione del patrimonio familiare ed anche alla formazione del patrimonio personale dell’altro coniuge.

In questa valutazione si dovrà tenere conto anche della durata del matrimonio e dell’età anagrafica del coniuge che chieda l’assegno.

La Cassazione riconosce che se uno dei due coniugi, di solito la moglie, oggi è economicamente più debole dell’altro forse è anche perché ha scarificato le proprie personali possibilità di carriera favorendo quella del marito. Quindi, anche se la moglie è economicamente autosufficiente, potrebbe aver diritto all’assegno perché le sue condizioni economiche avrebbero potuto essere ancora migliori se avesse potuto essere libera nelle scelte lavorative, come lo è stato il marito.

Si riapre un’importante possibilità

Per ora abbiamo parlato di contributo alla vita familiare in termini di maggiore libertà concessa al marito nel costruirsi una carriera.

Proviamo però ad immaginare altri tipi di contributo che una moglie potrebbe aver dato. Se la moglie, con il proprio patrimonio personale, avesse procurato la casa in ci la famiglia ha vissuto per tutta la durata del matrimonio potrebbe questo contributo essere valutato? Crediamo di si, dato che questo ha permesso al marito di non intaccare il proprio patrimonio personale.

Si riapre un’importante possibilità per le mogli divorziate, che il precedente orientamento aveva molto penalizzato.

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