Italia in recessione? Si ma leggiamo bene i dati! Intervista a Dott.Gian Piero Turletti

Se la matematica non è un’opionione A tutto tondo su crisi, politica e prospettive economiche

Intervista a Dott.Gian Piero Turletti

Il Dott. Turletti è autore di Magic Box in 7 passi e di Metodo RCM Edizioni Proiezionidiborsa Libreria di Borsa online.

Analista tecnico e fondamentale, nonchè apprezzato a livello internazionale come esperto di Imprese ed Azienda, è un componente, punta di diamante, dello Staff di Proiezionidiborsa.

Nel nostro Staff, non si esprime parere  su analisi macroeconomiche e microeconomiche, se non solo dopo aver consultato il Dott.Turletti

 

VENIAMO SUBITO ALLA QUESTIONE SCOTTANTE DI QUESTI GIORNI: IL DATO SUL PIL INFICIA DEFINITIVAMENTE LE PROSPETTIVE DI CRESCITA?

A mio modesto avviso, no.

E le motivazioni a questa mia opinione ci danno anche occasione di comprendere come vengono realizzate le previsioni economiche. In particolare occorre osservare che mentre il PIL fotografa la situazione attuale, solitamente quello italiano non è un indicatore anticipatore delle prospettive future.

Da questo punto di vista, per le previsioni si utilizzano altri indicatori, come il PIL dell’eurozona, l’indice di fiducia delle imprese manifatturiere, la produzione industriale, l’indice ISAE di ciclo economico, che comprende a sua volta vari elementi, e vari altri indicatori, secondo il modello econometrico prescelto.

Una prima fase di questi studi comporta di esaminare se vi sia una correlazione statistica tra il PIL e questi altri indici, sulla base di ipotesi di regressione lineare o non lineare.

Gli indicatori statistici ci dicono, su basi storiche sufficientemente lunghe, che tali indici sono correlati al PIL italiano, ma non solo.

Avendo a disposizione le formule di regressione, che discendono da tali modelli, è possibile prevedere che a fronte di un certo dato attuale di tali indici, ne conseguirà un certo dato futuro di previsione di crescita o decrescita del PIL.

E QUESTI INDICI ANTICIPATORI COSA INDICANO?

Praticamente sono tutti al rialzo, anche quello della fiducia delle imprese manifatturiere italiane.

Questo consente anche un’interessante correlazione con i mercati borsistici, e la conferma di una base anche di tipo macroeconomico alla previsione del frattale statistico, che prevede una ripresa consistente degli indici verso l’autunno.

PUO’ DETTAGLIARCI TALE RAGIONAMENTO?

Certamente. Occorre fare un passo in più in questo ragionamento. A loro volta gli indici azionari sono anticipatori dell’economia. Se, quindi, è prevedibile una ripresa economica il prossimo anno, sappiamo ad esempio che l’indice italiano anticipa le fasi economiche dai sei mesi ad un anno, per cui una previsione rialzista a livello macroeconomico giustifica anche una previsione al rialzo da parte della borsa.

MA CHE COSA HA FALLITO NEL DISCORSO DEGLI INCENTIVI FISCALI, COME I FAMOSI 80 EURO DEL GOVERNO RENZI?

Questo tipo di iniziativa ha un funzionamento che segue il modello econometrico elaborato dal famoso economista Keynes, che ha dato vita ad una vera e propria scuola di pensiero economico.

Fondamentale in questo modello il concetto di moltiplicatore. Senza entrare in tecnicismi e formule matematiche, possiamo dire che quando nell’economia c’è un incremento di risorse finanziarie, ad esempio tramite spesa pubblica o defiscalizzazioni, questo comporta che, se una parte o il totale viene speso allora si produce un effetto moltiplicatore nello sviluppo economico, ma è altrettanto chiaro che maggiore è la propensione al risparmio, a mettere nel cassetto o in banca quei soldi, minore sarà lo sviluppo economico.

E questa propensione alla spesa dipende molto dal tipo di operatore e di clima di fiducia economico.

E’ evidente che un imprenditore tenderà maggiormente ad un impiego di tali risorse che non un privato, e visto che gli 80 euro riguardano soprattutto privati e che tra questi non c’è un grande clima di fiducia economica, proprio per questo motivo ha fallito la stima di crescita basata sul concetto di moltiplicatore keynesiano. Non è che la formula del moltiplicatore non funziona, il fatto è che non si è correttamente stimato il valore di tale variabile, evidentemente sovrastimandolo.

ORA PERO’ MOLTI SONO PREOCCUPATI DALLE POSSIBILI MANOVRE CORRETTIVE SUI CONTI PUBBLICI. COSA PUO’ DIRCI?

Naturalmente, non sono in grado di prevedere cosa esattamente il governo farà, ma ho alcune quasi certezze su alcuni elementi.

Non credo, in particolare, ad ipotesi di rialzo della pressione fiscale sui rendimenti dei titoli di stato.

SULLA BASE DI QUALI ELEMENTI?

Proprio come recita il titolo della presente intervista, se la matematica non è un’opinione, il governo non guadagnerebbe nulla da un aumento di imposizione fiscale sulle rendite dei titoli di stato, anzi, rischierebbe di perdere soldi.

Non è un caso che precedenti incrementi non abbiano riguardato i titoli di stato.

Infatti, a fronte di un incremento della pressione fiscale, il mercato cosa fa?

Se intende mantenere lo stesso rendimento netto, fa virare al ribasso la quotazione dei titoli, fin tanto che si realizza un rendimento lordo che corrisponde allo stesso rendimento netto di prima.

Un esempio: un btp che quota 100 e rende ora, lordo, il 4%, rende, al netto dell’imposizione del 12,5 %, il 3,5%.

Cosa succede se l’imposizione fiscale aumenta, ad esempio, al 20%?

Che il rendimento netto scende al 3,2%. Ma questo sempre considerando un prezzo del titolo di stato pari a 100.

Ma se, invece, questo scende? Ipotizziamo che il prezzo del titolo scenda a 91,4.

La cedola lorda è sempre il 4%, che al netto di un’imposizione fiscale al 20%, diviene 3,2.

Tuttavia 3,2/91,4 porta ad un risultato del 3,5 per cento, e l’investitore ottiene lo stesso rendimento netto di prima, a fronte di un ribasso delle quotazioni.

In altri termini, il mercato può utilizzare determinate dinamiche finanziarie per difendersi da possibili scelte economiche del governo.

Non solo.

Un certo tipo di scelta potrebbe essere interpretato anche come incremento di un rischio sui titoli di stato.

E questo potrebbe comportare che il mercato non solo si accontenti di un ribasso delle quotazioni che riallinei i rendimenti netti a quelli anteriori all’incremento fiscale, ma che si richiedano addirittura interessi superiori, con ovvio incremento degli oneri finanziari.

QUESTO FATTORE IMPATTA SOLO SU EVENTUALI SCELTE FISCALI RELATIVE AI TITOLI DI STATO?

No, o meglio, direttamente si, ma indirettamente no.

Anche misure che implichino un incremento della percezione del rischio, come prelievi sui conti, e via dicendo, comporterebbero un incremento nei rendimenti.

Tale circostanza comporterebbe che il governo rischierebbe, con tali provvedimenti, di vedere uscire dalla finestra, per così dire, molto di più di quello che entra dalla porta.

Fuor di metafora, faccia attenzione, il governo, a non ricorrere a cure che siano peggiore del male.

Ma, in chiave ottimistica, credo che questo il governo lo sappia molto bene, ed anche per questo Renzi e Padoan si sono affrettati a smentire talune ipotesi.

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