Inflazione senza rotta. Banche centrali senza bussola

L’inflazione è da sempre il riferimento principe per la banche centrali: il driver per tutte le principali decisioni in ambito monetario.

Anzi di più. Draghi tempo fa dichiarò che il controllo dell’inflazione è l’unica vera mission attribuita alla BCE.

Da più parti però si stanno sollevando dubbi sul reale valore dei calcoli effettuati oggigiorno per definire l’inflazione in corso.

Per molti pare urgente un aggiornamento profondo della strumentazione di calcolo.

Intanto cos’è l’inflazione?

Con inflazione si intende la misura quantitativa della crescita media dei prezzi di un paniere selezionato di beni e servizi in un arco di tempo determinato…(fonte Investopedia).

La tanto temuta deflazione è il contrario.

L’importanza del dato sull’inflazione

L’inflazione è il dato fondamentale per determinare il valore reale di qualsiasi bene materiale o immateriale.

Se consideriamo il PIL, il reddito creato da un’economia. Ebbene questo dato così fondamentale viene pubblicato  calcolando la crescita reale al netto dell’inflazione.

Raramente si espone il PIL nominale, vale a dire lo stesso calcolo ma senza l’inflazione.

Nel 2018 ad esempio il PIL americano “reale” è cresciuto del 2,9% mentre la crescita nominale, quindi senza togliere l’inflazione, è stata del 5,2%.

Una bella differenza non c’è che dire!

Il dato dell’inflazione non serve solo a calcolare la diminuzione del potere d’acquisto della moneta, viene utilizzato nella pratica praticamente per tantissimi scopi.

Dall’adeguamento delle retribuzioni al costo della vita fino alle decisioni sui tassi di interesse delle banche centrali.

E sappiamo quanto la politica monetaria della banche centrali sia stata decisiva negli ultimi anni per i mercati e non solo.

Greenspan fu il primo a gettare un’ombra sull’inflazione

Il dubbio è che questo dato dell’inflazione fosse errato perché è sbagliato e superato il modo di calcolarlo?
La questione non è nuova.

Il dubbio lo pose anni fa , in una audizione davanti al Congresso Usa un quarto di secolo fa l’allora capo della FED Alan Greenspan.

Lo stesso Greenspan anche si era risposto che secondo i suoi calcoli l’inflazione poteva essere sovrastimata dal Consumer Price Index di un punto percentuale se non addirittura di due.

Il Congresso diede credito a Greenspan tanto da nominare una commissione ad hoc, che determinò che effettivamente nel 1996 l’inflazione misurata dal Cpi era stata stimata in eccesso di oltre 1 punto e di 1,3 punti negli anni precedenti.

Da allora il Bureau of Labor Statistics ha costantemente introdotto ogni anno una serie di correzioni per ottenere un dato più accurato.

Per molti però il problema non è risolto.

Ad esempio è di giorni fa l’articolo  sul WSJ di Andy Kessler il quale calcolato che un’inflazione conteggiata in eccesso di due punti l’anno dal 1989 significherebbe un PIL americano “reale” a 26mila miliardi di dollari!

Praticamente  un terzo più gigantesco della stima corrente che si aggira sui 20mila miliardi.

La rivoluzione digitale ha aumentato il potere d’acquisto

Kessler insieme ad altri sostiene  che l’attuale modalità di calcolo dell’inflazione non tiene conto dell’effetto sostitutivo frutto della rivoluzione tecnologica.

Grazie a queste innovazioni tecnologiche una serie di costi di beni e servizi sono stati abbattuti, riducendo nel concreto il costo della vita e aumentando il potere d’acquisto.

L’esempio classico fatto da questi economisti è lo smartphone.

Un oggetto che ha, è vero,un costo all’ingresso di almeno centinaio di dollari cui segue un costo di gestione di qualche decina.

Poi però produce e contiene una serie di servizi e utilità che nella vecchia economia sarebbero stati molto più costosi.

Ci fa da  giornale, per molti da tv, da libreria libraio, sotto dettatura ci memorizza e fa da segretaria, persino personal shopper e trainer.

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Keller sostiene che  in termini di aumentato potere d’acquisto tutti questi servizi/vantaggi non siano contabilizzati nel Cpi in termini di maggiore potere di acquisto.

Il problema è diventato ancora più centrale da quando le principali banche centrali hanno comunemente scelto un target di inflazione intorno al 2%.

Soglia dalla quale poi discendono le politiche monetarie.

Inflazione calcolata male uguale a crescita molto più forte di quanto ipotizzato

Messa su questo piano la questione si dipana con semplicità.

La crescita in realtà è molto più forte di quanto immaginato in base ai numeri calcolati coi metodi tradizionali.

Anche la affaticata Italia, Paese ad alta diffusione di smartphone potrebbe dunque vantarsi di una crescita reale molto più consistente di quella calcolata ufficialmente.

Realtà o illusione?

Come sempre ai mercati l’ardua risposta.

Inflazione senza rotta. Banche centrali senza bussola ultima modifica: 2019-05-21T10:22:24+02:00 da Gianluca Braguzzi
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