In Cina vi sono venti di crisi finanziaria, ma a risolverli ci pensa il Tibet

Usando un’espressione colorita, potremmo affermare che il Tibet sarà il luna park della Cina e del mondo. Con la conseguenza che probabilmente la liquidità da Lhasa andrà tutta a Pechino.

In occidente la voglia di Tibet non passa mai, perché gli occidentali in Oriente cercano di rifarsi una verginità spirituale.

Questo mega business è stato subito preso all’amo dal regime di Pechino.

Ogni anno si riversano nell’altopiano tibetano milioni di turisti e non solo occidentali.

Nell’anno della pandemia il flusso dei turisti è cresciuto di oltre il 12%, un aumento niente male per un periodo di crisi finanziaria.

Il Tibet oggi piace anche ai cinesi Han e Pechino prevede di arrivare anche a 61 milioni di presenze all’anno entro il 2025.

Un vero disastro per quelli che credono ancora nel vecchio Tibet. L’altopiano attualmente è abitato da soli 3,5 milioni di abitanti compresi i cinesi di etnia Han.

In Cina vi sono venti di crisi finanziaria, ma a risolverli ci pensa il Tibet

Un disastro ambientale annunciato e la definitiva scomparsa di ogni eventuale presenza tibetana.

Come sempre sono gli interessi a mandare avanti la storia e questa regione autonoma crea una ricchezza impressionante.

Una ricchezza che prende ovviamente la via di Pechino e nello Xizang (terra estrema) rimangono a malapena le briciole.

I viaggi turistici ormai offrono di tutto e tutto è in vendita.

Tibet: la Shangri-La finanziaria dell’Asia?

E se in Cina vi sono venti di crisi finanziaria, a risolverli probabilmente ci pensa il Tibet. Un afflusso di turisti così impressionante sarà devastante anche per le strutture architettoniche del Paese, mettendo in crisi edifici e monumenti vecchi di centinaia di anni.

Lo stesso Potala, la residenza del Dalai Lama, corre seri rischi, dato che i visti di ingresso giornalieri sono limitati a 5000.

La follia maoista della rivoluzione culturale, durante il periodo 1966-1976, ha devastato e distrutto tutti i monasteri e gli edifici di carattere storico culturale.

Il saccheggio per portare via ogni forma di ricchezza dai monasteri, come oro e argento, è stato uguale solo a quello che fece Stalin alle chiese ortodosse in Russia negli anni trenta.

Le guardie rosse nel 1966 fecero saltare con la dinamite la tomba d’oro del primo Dalai Lama nel monastero di Ganden, e stessa fine fecero il 95% di tutti i monumenti tibetani. Lo stesso Potala ebbe dei danneggiamenti ma il ministro Zhou Enlai fece intervenire l’esercito e almeno lì i danni furono limitati.

Flusso ininterrotto di liquidità dal tetto del Mondo verso il centro politico della Cina

Oggi con la ricostruzione di questi edifici è in corso uno dei business più redditizi della Cina. Unico problema il flusso monetario a senso unico, va tutto verso la capitale dell’impero, ossia Pechino.

Oggi se uno volesse aiutare veramente il Tibet dovrebbe davvero non andare sul tetto del Mondo.

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