Il problema è che sono i mercati, ovvero i creditori degli Stati, a decidere quando il debito di uno Stato è sostenibile oppure no

Centosessanta per cento. Sembra essere questa la soglia psicologica del rapporto debito / PIL di uno Stato appartenente all’Eurozona ritenuta “pericolosa” da mercati finanziari, money manager e agenzie di rating. Una soglia sotto la quale sarebbe meglio stare, onde evitare downgrade a “junk” da parte delle agenzie di rating e pesanti sell-off dei titoli sovrani da parte dei grandi investitori esteri. Facciamo una considerazione.

I trader, come è noto, hanno sempre utilizzato livelli target come valori utili per capire quando acquistare o vendere.

E’ una sorta di legge non scritta, o di comunicazione informale (nella letteratura economica viene chiamata “cheap talk”), che permette loro di sfruttare un linguaggio condiviso per svolgere profittevolmente la loro attività. D’altronde, è noto che tutte le grandi speculazioni, sempre ammesso che questo termine si possa utilizzare pertinentemente, richiedono sempre un elevato grado di coordinamento tra investitori, al fine di avere successo. Una altra questione che va tenuta in debita considerazione, quando si parla di debiti pubblici dell’area euro, è che uno Stato può anche riuscire a convincere le istituzioni europee che il non rispettare le regole di finanza pubblica comunitaria possa essere dovuto a circostanze eccezionali e temporanee.

Il problema è che però sono i mercati, ovvero i creditori degli Stati, a decidere quando il debito di uno Stato è sostenibile oppure no, indipendentemente da formule, equazioni e modelli econometrici. Quando decidono che il debito è insostenibile iniziano a vendere massivamente, paventando un default sovrano.

E’ successo così nel caso della grande crisi greca. All’inizio del 2010, infatti, le agenzie di rating internazionali declassarono il debito di Atene, diffondendo timori di una crisi del debito pubblico per alcuni Paesi della Zona Euro (Spagna, Italia, Irlanda, Portogallo e Cipro). Il rapporto debito/PIL greco, nel 2010 era leggermente inferiore alla soglia del 150,0%. La situazione peggiorò nel 2011, con ben tre agenzie (Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch) che tagliarono ulteriormente il rating della Grecia, portandolo rispettivamente a Caa1 (insolvente), a CCC (debito altamente speculativo) e a CCC (vulnerabile) e obbligando il governo di Atene ad effettuare manovre lacrime e sangue e a chiedere nuovi prestiti a Unione europea e Fondo Monetario Internazionale. A fine 2011, il rapporto debito/PIL aveva toccato il 171,3%.

Il problema è che sono i mercati, ovvero i creditori degli Stati, a decidere quando il debito di uno Stato è sostenibile oppure no

I grandi investitori reagirono con un grande sell-off di titoli. Nel 2012, la Grecia fu costretta a ristrutturare il proprio debito, con l’obiettivo di portare il peso del debito previsto da un 198,0% del PIL nel 2012 al 120,5% entro il 2020, cosa che poi non avvenne.

Questo per quanto riguarda la Grecia. Il secondo paese ad avere un rapporto debito/PIL elevato è, neanche a dirlo, l’Italia. Guardando i dati, l’ultimo DEF pubblicato stima che nel 2021 il rapporto toccherà la quota record del 159,8%, due decimali sotto la soglia del 160,0%. L’agenzia di rating Standard & Poor’s stima che tale valore dovrebbe essere più basso di quello indicato dal Tesoro italiano, così come la banca d’affari Goldman Sachs. Tutti i previsori stimano poi che, dal 2022, il rapporto dovrebbe iniziare a declinare, evitando quindi di eccedere la soglia psicologica indicata. Solo ex post sapremo se questa soglia sarà toccata oppure no. Quello che è certo, è che le grandi istituzioni internazionali e i mercati finanziari sembrano suggerire, evidenza storica alla mano, che sarebbe bene per il nostro Paese, così come per qualsiasi altro, mantenersi al di sotto di questa fatidica soglia del 160,0%.

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili qui»)

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