Il Pil americano è davvero al 3%? Eventi geopolitici ed economia dei mercati tra fantasia e realtà: quali prospettive?

Questo periodo è stato denso di avvenimenti geopolitici ed economici: Corea del nord, Jackson Hole, previsioni economiche, ma come stanno veramente le cose?

Il filo conduttore delle mie riflessioni è molto semplice: avremo modo di constatare un palese divario tra previsioni economiche sfavillanti e realtà economica, e vedremo perché le cose sono profondamente cambiate, nel contesto geopolitico internazionale, per quanto concerne il regime coreano.

Iniziando da questo tema, va osservato come nel tempo si siano intensificate le migliorie tecniche al sistema di vettori nordcoreani, arrivati allo stadio di icbm, cioè missili balistici intercontinentali, in grado di portare una o più testate nucleari.

Se quindi fino a non molti anni fa le minacce di Kim non erano supportare da una effettiva capacità militare, ora le cose sono cambiate.

Il missile lanciato sui cieli giapponesi ha dimostrato soprattutto due cose:

Il sistema di intercettazione nipponico ha fallito, ed il testo coreano è riuscito.

Cosa vuole realmente Kim?

E’ da tempo che il suo Paese si trova a che fare, economicamente, con le sanzioni già imposte.

E pensa, nella sua follia di dittatore sopravvissuto al crollo del vetero marxismo di stampo stalinista, di rompere il muro di isolamento con minacce militari.

Del resto, questo gli è stato insegnato e solo questo sa fare.

Nell’attuale situazione, si è andati oltre le tradizionali schermaglie verbali, e anche dietro pressione giapponese si è già lanciato un avvertimento con le bombe sganciate sul poligono sudcoreano, non distante dal confine tra le due Coree.

Ma quali saranno i prossimi sviluppi?

Non è da escludere un ulteriore accrescimento della tensione.

Da un lato la Corea del nord potrebbe effettivamente decidere di colpire se non l’isola di Guam, per lo meno nei dintorni, con un altro vettore che magari la sorvoli e poi cada in mare.

Come reagirebbero Giappone ed USA?

 

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Molto probabilmente la politica di Abe, ancora militarmente dipendente dal proprio alleato statunitense, si esprimerebbe soprattutto a livello diplomatico, con opzioni che potrebbero arrivare alla rottura di tutte le relazioni diplomatiche.

Del resto, il lancio di un missile sul cielo di un altro Paese è tradizionalmente considerato atto di guerra.

A questo punto, gli USA non starebbero a guardare ed implementerebbero le prime opzioni militari.

Soprattutto gli stealth, i famosi caccia bombardieri, in particolare quelli di ultima generazione, oltre ai ben noti armamenti convenzionali ed atomici, sono dotati di armi da guerra elettronica quasi fantascientifiche.

In pratica, possono emettere impulsi elettromagnetici, non dissimili da quelli che scaturirebbero da uno scoppio atomico, in grado di rendere inoperativi gli apparati elettrici ed elettronici nemici.

Un tale impulso potrebbe bloccare veicoli, sistemi di armamento, radar e quant’altro.

L’efficacia di tali armi è già stata ampiamente testata in precedenti conflitti, sin da quando il nostro Guglielmo Marconi dimostrò, con un prototipo definito raggio della morte, di poter fermare un normale veicolo a combustione.

Se non opportunamente schermati, tali armi elettroniche sono in grado di bloccare anche missili e vettori prima di un ipotetico lancio.

Ecco, quindi, che una delle opzioni sul tappeto è proprio un attacco elettronico contro una o più postazioni militari nord coreane.

Difficile soprattutto pensare che, in caso di lancio su Guam o nei pressi, da parte della Corea del nord, questa volta gli USA se ne stiano a guardare.

Fermi restando i tentativi della CIA di far “semplicemente fuori” Kim, anche se con meno spettacolarizzazioni rispetto all’ormai famoso film della saga di 007, La morte può attendere, film divenuto in questo periodo di stringente attualità.

Ma la questione nord coreana pare al momento dimenticata, quanto meno dai mercati USA, per dare invece maggior rilievo ai dati economici.

Ma è vera gloria?

In realtà è soprattutto in tale ambito che non possiamo fare a meno di constatare un palese divario tra realtà e rappresentazione della realtà.

Si parla di una crescita a stelle e strisce del 3 per cento.

Tuttavia questo è il mero dato nominale, che non tiene conto dell’inflazione e della capacità di acquisto.

Per intenderci, se in un dato periodo di tempo per effetto dell’inflazione la stessa quantità di merci ha comportato una maggiorazione del prezzo del 50 per cento, evidentemente l’avere una somma incrementata in pari misura non arricchirà chi la detiene, ma semplicemente garantirà il potere d’acquisto.

Occorre quindi sempre considerare i dati deflazionati, cioè al netto dell’inflazione.

Sotto tale profilo, occorre considerare che esistono diversi calcoli dell’inflazione, in base al diverso paniere di beni, su cui è calcolata l’inflazione stessa.

In base a tali panieri, ed al netto, quindi, dell’inflazione, la crescita statunitense varia da circa appena l’1 per cento, a valori negativi.

Non è quindi tutto oro ciò che luce.

A confermare il reale stato dell’economia americana, fattori come l’obsolescenza delle infrastrutture, il diffondersi della povertà, la diminuzione del reddito medio pro capite.

Senza peraltro considerare il rischio di blocco di ogni attività pubblica, se il congresso non autorizzerà l’innalzamento dell’indebitamento.

Una situazione, quindi, che letta con parametri non meramente formali, appare tutt’altro che rosea.

A questo si unisce l’autocelebrazione dei banchieri centrali, nel recente incontro di Jackson Hole.

Come avevo anticipato, un nulla di fatto, che nasconde le problematiche che ora dovranno affrontare.

In base ad una visione realistica della situazione economica, è evidente il fallimento, o la limitata efficacia, delle politiche sinora intraprese, basate sul binomio massa monetaria – indebitamento degli apparati pubblici.

Non starò qui a soffermarmi su quale riforma si dovrebbe approvare per superare questi problemi, tema già oggetto di miei storici interventi, e mi limito ad evidenziare ora il problema principale che si pone alle banche centrali.

I problemi sono interconnessi, perché al rischio di default degli USA corrisponde il rischio assunto dalla Fed con l’acquisto di titoli del debito pubblico.

Ma anche la BCE si trova in posizione non dissimile.

Non basta, infatti, acquistare titoli e creare massa monetaria, se questa non viene immessa nel sistema dell’economia reale.

Al tempo stesso facendo peraltro lievitare il bilancio degli asset acquistati con conseguente rischio finanziario.

Lo testimoniano anche i dati, ancora una volta fasulli, relativi alle previsioni di crescita economica in Europa.

A fronte di una proiezione di crescita, comprensiva anche per la Germania, la reale proiezione che i mercati hanno è invece quella di un’economia tedesca stagnante, come espressa dalla curva dei rendimenti dei bund.

In sintesi, una situazione con molte più ombre, di quello che i dati formali vorrebbero farci credere.

E peraltro, guarda caso, è soprattutto quando le prospettive economiche volgono in negativo, che scoppiano molte guerre, quasi a voler incanalare la mancanza di soluzioni alternative ai problemi economici.

Sarà così anche questa volta?

Penso che lo sapremo prima di quanto pensiamo.

 

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