Il disagio del Covid 19 non è solo fisico ma anche psicologico e sociale

Trattasi di una sindemia. Il disagio  del Covid 19 non è solo fisico ma anche psicologico e sociale

Questo è quanto è emerso dal XXII congresso nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia. Alla base di questa evoluzione dell’epidemia, c’è la paura del contagio e la crisi economica conseguente alle politiche poste in essere per ridurne la diffusione.

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Entrambe moltiplicano esponenzialmente il disagio psichico facendo aumentare, per chi è entrato in contatto con il virus, di ben 5 volte la probabilità di sviluppare sintomi depressivi. Si è arrivato a stimare che nei prossimi mesi possano emergere fino a 800 mila nuovi casi di depressione.

Tutto questo porta a considerare l’aspetto per cui l’epidemia da Sars-Cov 2 non sia soltanto sanitaria, ma con ripercussioni economiche, emotive e culturali tali da agire come un moltiplicatore senza precedenti del malessere psichico. Un male le cui esternalità negative sembrano non guardare in faccia nessuno.

Le donne fra i soggetti che rischiano di sviluppare questi sintomi

Gli esperti l’hanno definita “la tempesta perfetta”, proprio per i suoi effetti sulla salute, le abitudini sociali e l’economia mondiale. Questo è il motivo per cui il Covid è una sindemia, il cui disagio non è solo fisico ma anche psicologico e sociale. Quest’aspetto della pandemia o sindemia, riguarderà circa 10 mila italiani che hanno perso un proprio caro per colpa del virus, come anche le tantissime persone non colpite dal Covid ma i cui sintomi depressivi derivano dalla crisi economica e della disoccupazione.

Ad alto rischio sono soprattutto le donne, più predisposte alla depressione e più toccate dalle ripercussioni sociali e lavorative del Covid-19. I motivi sono molto semplici: intanto è la categoria che più delle altre ha subito la perdita del lavoro durante i lockdown; inoltre, hanno dovuto sopportare il doppio carico del lavoro da un lato e della cura della famiglia dall’altro.

Il disagio del Covid 19 non è solo fisico ma anche psicologico e sociale. E i giovani?

A rischio anche i giovani dai 16 ai 34 anni, che hanno visto modificarsi la loro vita di relazione con la chiusura di scuole e università. Questo potrebbe portare a delle ripercussioni notevoli a causa dell’aumento dei Neet, e per l’aumento dell’indice del Divario Generazionale. Il che significa che avremo un giovane capitale umano inespresso, non utilizzato, che peserà sia in termini di produttività sia sul sistema pensionistico italiano. Non bisogna dimenticare anche l’aumento del costo relativo alle cure sanitarie per arginare il fenomeno. È importante agire in fretta, potenziando l’assistenza e le cure dei pazienti partendo dai medici di famiglia. Sono proprio loro che, infatti, possono intercettare per primi il disagio, inviando poi i pazienti da uno specialista.

Occorre, inoltre, ripensare e ridefinire le politiche giovanili in funzione di una migliore integrazione dei giovani nel mondo del lavoro. Oggi possiamo farlo grazie al Next Generation Eu (Recovery Fund) che ci ricorda proprio che le risorse devono essere indirizzate a programmi che includano principalmente i giovani.

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili qui»)

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