Il declino del potere pubblico in Italia. Come salvare la classe dirigente nell’era della globalizzazione e delle pandemie

In un momento storico estremamente delicato, esce in Italia, edito da Rubettino, l’interessante volume di Roberto Alesse intitolato Il declino del potere pubblico in Italia. Come salvare la classe dirigente nell’era della globalizzazione e delle pandemie. Roberto Alesse è un alto dirigente dello Stato. Dal 2011 al 2016 è stato Garante per gli scioperi nei servizi pubblici essenziali. Autore di importanti saggi giuridici, sarà ospite dell’Annual Meeting di Proiezioni di Borsa durante il quale riceverà il Premio Eccellenza con Menzione Speciale. Di seguito l’intervista rilasciata alla nostra Redazione.

Partiamo prima di tutto dal punto principale e cioè dalla condanna che lei fa della diffusione di logiche di pensiero neopopuliste che, soprattutto in fase pandemica (e a questo punto verrebbe da dire, quasi post pandemica) hanno dato vita a movimenti di contestazione del pensiero scientifico. Da cosa nascono? Internet è il solo colpevole? 

Com’è noto, il neo-populismo è un fenomeno complesso che nasce, in tutte le società, a causa dell’assenza di adeguate politiche pubbliche in grado di assicurare benessere economico e libertà giuridiche. E’ una realtà politica che glorifica il popolo “oppresso” e lo erge ad unica fonte di legittimazione democratica cui deve necessariamente corrispondere la volontà delle istituzioni.

Da tempo, ormai, la gente è il nuovo soggetto politico, raggiungibile attraverso la comunicazione televisiva e digitale, che si oppone al cambiamento culturale in atto rappresentato dalla globalizzazione e dall’immigrazione di massa. Anche, in Italia, ne abbiano avuto contezza soprattutto con l’ascesa al potere del cosiddetto “grillismo”, cresciuto, negli anni ’90, sulla base di una certa sub-cultura che ha prosperato su internet e che si è fondata su istanze antitetiche a quelle di tipo culturale e di saggia ponderazione degli interessi in gioco.

Sebbene le responsabilità di quanto sia accaduto sono da attribuire al fallimento decisionale delle precedenti classi dirigenti, il populismo desta lo stesso orrore perché parte dalla convinzione che il popolo sia, per definizione, portatore di valori sani e che, dunque, non debba essere “educato” da nessuno. Ma il popolo è quello che tra Gesù e Barabba non ebbe esitazione a scegliere quest’ultimo. Idolatrarlo oltre misura suscita ribrezzo.

Il declino del potere pubblico in Italia. Come salvare la classe dirigente nell’era della globalizzazione e delle pandemie è un testo in cui si conferma anche la crisi della borghesia che, spinta proprio da questi movimenti, è stata costretta a dover salvaguardare i propri interessi in un atteggiamento che oserei definire di salvaguardia darwiniana. Il che, paradossalmente, potrebbe acuire ulteriormente le tensioni sociali perché storicamente è sempre stata la borghesia ad avere una visione più a lungo termine sul fronte di eventuali riforme, non solamente sociali ma anche economiche. 

A questo riguardo, la storia ci insegna che quando la borghesia perde il potere a vantaggio delle rivendicazioni popolari, le società sbandano e diventano preda di furori iconoclastici.

Solo le èlite illuminate, dotate di un forte sapere d’ufficio, possono infatti garantire un equilibrio stabile nel tempo purché siano portatrici di una visione lungimirante, strategica e di stampo liberale. In tutto il mondo, però, i processi riformatori rallentano sotto l’influsso impetuoso di un’economia predatoria sempre più sottratta agli interventi regolatori della politica, ormai incapace di compiere scelte che ridefiniscano il ruolo dello Stato rispetto a quello del mercato. In questo scenario, il populismo avanza e comprime la logica meritocratica poiché punta su verità alternative e sul progressivo svuotamento delle istituzioni rappresentative da sostituire col più deleterio qualunquismo demagogico.

Ecco, allora, che anche qui da noi si assiste, da diversi anni, al fenomeno controproducente per cui, da un lato, la borghesia intellettuale ed economica (quella che è rimasta in piedi) si ritira, in modo codardo, sul proprio “Aventino” a salvaguardia delle proprie posizioni di rendita e, dall’altro, i nuovi politici di turno, di pressoché risibile caratura culturale, si beano di voler invertire la rotta con progetti strampalati ed onirici. Una miscela esplosiva, questa, dalla quale scaturiscono la totale incomprensione dei cambiamenti in atto e l’inefficacia delle misure adottate, il che ci fa imboccare la strada della decadenza politica e sociale. C’è poco da scherzare a questo proposito: il sistema-paese arretra vistosamente e le sfide tecnologiche sono vinte altrove 

Lei auspica il ritorno della meritocrazia ma soprattutto di un adeguato riconoscimento del criterio della competenza. Ma, volendo fare l’avvocato del diavolo e accostare questa sua visione a quanto sta accadendo in questo periodo storico, non si rischia di cadere nello stereotipo dell’Ipse dixit?

Tra le tematiche centrali affrontate dal libro vi rientra quella che attiene all’eclissi dei meccanismi di selezione della classe dirigente, non solo italiana, a seguito dello svuotamento ideologico dei cosiddetti “corpi intermedi” (partiti, sindacati, scuole di formazione, ecc.) che, in passato, svolgevano una rilevante funzione maieutica. Del resto, già Carl Schmitt parlava dell’arrivo di un’epoca di “spoliciticizzazione” in conseguenza dell’avvento della tecnica e del primato dell’economia su tutti gli ambiti vitali.

Da questo punto di vista, la perdita progressiva del criterio della competenza è il risultato del processo di globalizzazione che indebolisce e marginalizza gli Stati travolti dalla virtualizzazione di tutti i rapporti sociali ridotti a mera figurazione. Per contrastare questo dirompente andazzo, bisogna serrare i ranghi e restituire dignità ai poteri pubblici e pretendere il rilancio immediato della meritocrazia attraverso l’individuazione di stringenti requisiti professionali, ad alta intensità di conoscenza, da possedere tassativamente nel momento in cui si ricoprono incarichi in nome e per conto della collettività.

Il tempo “naif” dei politici tuttologi deve finire per sempre e la cultura dei vecchi slogan e delle vaghe affermazioni di principio deve lasciare il posto alla piena consapevolezza scientifica delle decisioni da assumere. Bisogna tornare al rispetto delle gerarchie sostanziali in un’ottica di sana e dura competizione culturale

Altra domanda polemica: 30 anni di mancate riforme hanno portato l’Italia sull’orlo del baratro. Realtà nota a tutti, ma a questo punto verrebbe da chiedere: 30 anni fa il populismo che è presente oggi non c’era ancora. Quello che stiamo pagando oggi non è forse il risultato di quella politica che era presente anche alla fine degli anni 90 quando nel suo testo lei descrive l’organizzazione dello Stato come una “cosa seria”?

Il mondo è cambiato dopo la caduta del muro di Berlino. Le società occidentali si sono progressivamente destrutturate, riducendo la politica a regola di buona organizzazione amministrativa. Ma il peso dei debiti sovrani ha finito per trascinare i bilanci pubblici nel baratro. In Italia, la spesa si è costantemente ritratta e non è stata mai indirizzata verso approdi strategici sul piano degli investimenti per favorire l’innovazione tecnologica.

Anzi, non solo non si è provveduto a liberalizzare l’economia, quando già se ne intravedeva il suo declino, ma si è pensato bene di costruire il rapporto tra lo Stato e i cittadini sulla base di un’impostazione culturale non pienamente democratica, in quanto rispondente più a logiche vessatorie e di asfissiante controllo burocratico che a dinamiche di forte sviluppo produttivo. Infatti, dopo la caduta della “Prima Repubblica”, la qualità del nostro riformismo è stata di bassissimo livello ed è per questo motivo che si deve far cadere sulla classe politica degli ultimi trent’anni la damnatio memoriae quale giusta punizione per non aver compreso che stavano per arrivare i “barbari”.

La sindrome dell’Italia dimenticata dai grandi flussi degli investitori internazionali e, perfino, dai nostri giovani laureati che l’abbandonano per necessità non è un qualcosa di virtuale, ma è una realtà drammatica causata dall’evanescenza delle classi politiche precedenti che hanno soffiato la volata finale alle istanze populiste e ai millantati richiami alla democrazia diretta cresciuti a dismisura, sia a destra che a sinistra, per soddisfare la sete di sangue di un elettorato furioso, immiserito, senza più identità, che reclamava la genesi di nuovi partiti anti-establishment

Interessante il nucleo del testo e cioè la Riforma della Giustizia. Ma argomenti come la Corte dei Conti e il Consiglio di Stato non sembrano attirare molto l’opinione pubblica. Anche in questo caso una domanda polemica e forse banale: se ci fosse una maggiore conoscenza delle dinamiche che regolano la vita pubblica e politica, il popolo parteciperebbe di più ai grandi appuntamenti politici ed elettorali? 

Il libro è tutto tarato sulla necessità di riformare in modo radicale la pubblica amministrazione. Occorrono idee nuove da attuare con coraggio nel più breve tempo possibile. In questo quadro, il settore della giustizia va capovolto da cima a fondo. Partirei dal perseguimento di un unico, grande obiettivo: l’unità delle giurisdizioni per affermare il principio della certezza del diritto. In Italia, infatti, è del tutto insoddisfacente il punto di partenza, direttamente agganciato alla Costituzione, che vede la necessità per i cittadini di rivolgersi a giurisdizioni diverse, a seconda che lamentino la lesione di un diritto o di un interesse legittimo.

C’è da dire poi che l’intero ordinamento penale e civile va riscritto, uscendo fuori dalla fase del “panpenalismo”, che ha distrutto il Paese, e della vaghezza ed indeterminazione di tutti gli altri riti della cognizione ordinaria dove la giustizia risponde più a logiche sommarie che a quelle del rispetto rigoroso delle norme processuali. Tutto questo ha trasformato l’immobilismo nell’unica forma di legalità consentita. Così come, infine, va spezzata ogni forma di commistione tra giudici e pubblica amministrazione.

A questo riguardo, è arrivata l’ora che la dirigenza dello Stato, alla quale mi onoro di appartenere, se la cavi da sola nella gestione del proprio potere, perché, sempre per i cittadini, è davvero insopportabile sapere che il giudice amministrativo ai quali ricorrono per la tutela dei loro diritti è lo stesso che svolge funzioni consultive per il Governo. Insomma, c’è molto da fare per raddrizzare la “baracca” ed il libro prova a suggerire rimedi essenziali a cui attingere nell’interesse esclusivo del bene comune

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